LA PIAZZA DOVE SI SVOLGERA' LA MANIFESTAZIONE DEL 9 MARZO E' PIAZZA FARNESE A ROMA.
PROGRAMMA DI MASSIMA DELLA MANIFESTAZIONE PER IL TIBET
IN OCCASIONE DEL 55° ANNIVERSARIO
DELL’INSURREZIONE DI LHASA 10 MARZO 1959
ROMA - DOMENICA 9 MARZO
PIAZZA FARNESE ORE 15:00
15:00 - INIZIO RADUNO IN PIAZZA FARNESE
15:30 - SPEAKER SALUTA E INTRODUCE L’INNO NAZIONALE TIBETANO
15:35 - SPEAKER LEGGE ELENCO ADESIONI ALLA MANIFESTAZIONE ED EVENTUALI MESSAGGI, INTRODUCE IL GRUPPO MUSICALE dei RANGZEN
15:40 - 1° INTERVENTO MUSICALE dei RANGZEN-
1) “THE SECRET OF LIFE”-
2) “GO MAN GO” (o altro brano)
3) “TIBET WILL BE FREE”
15:55- SPEAKER DA’ LA PAROLA AI RELATORI-
Interventi istituzionali e politici (IL TUTTO PER 50 MINUTI):
1. NYIMA DONDHUP pres.Comunità Tibetana in Italia
2. CLAUDIO CARDELLI pres. Ass. Italia Tibet
3. GIACOMO FIDELIBUS- giornalista esperto di economia internazionale e geopolitica
4. RITA BERNARDINI – Partito radicale.
5. Un LAMA indicato dalla Comunità Tibetana in Italia.
16:45 - 2° INTERVENTO MUSICALE
SPEAKER PRESENTA FRIDA NERI che canta: “DI PORPORA E NEVE”
I RANZGEN eseguono:
1) “CHINA”
2) “MY LANGUAGE IS MY NATION” (con Frida Neri e pubblico - coro Om Mani Padme Hum)
17:10 - PREGHIERA COLLETTIVA PER GLI IMMOLATI GUIDATA DAI MONACI DEL SAMANTABHADRA E ALTRI CENTRI BUDDHISTI ITALIANI
17:20 - TEATRO DI STRADA - RAPPRESENTAZIONE DELLE IMMOLAZIONI
QUANDO GLI ATTORI SONO DISTESI IN TERRA UNA VOCE FUORI CAMPO SPIEGA PER 3 MINUTI IL SIGNIFICATO NON VIOLENTO IN SENSO BUDDHISTA DELL’AUTOIMMOLAZIONE
17:40 – CANZONE DELL’UNITA’ “LONG SHO”
17:45 INGRESSO TOTEM “MADE IN CHINA” - EVENTO FINALE
SALUTI E CHIUSURA CON I RANGZEN E FRIDA NERI CHE CANTANO INSIEME “IMAGINE” O “GIVE PEACE A CHANCE”
(PER VEDERE IL VIDEO SARETE REINDIRIZZATI SU VIMEO)
Ratu Ngawang: We Must Never Forget March 10 from Kefiblog on Vimeo.
sabato 8 marzo 2014
Torce umane in Tibet
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Ubicazione:
Roma, Italia
domenica 4 agosto 2013
Solidarietà per il Tibet
ABBRACCIO AL TIBET - La giornata sul Tibet organizzata a Sesto Fiorentino il 9 giugno ha avuto un successo inaspettato. La sala era gremita di persone che hanno seguito con molta attenzione il bellissimo video "Impermanence" di Ghotam Gose sul Dalai Lama e poi il dibattito con Claudio Cardelli, presidente dell'Associazione Italia-Tibet, il sottoscritto e l'Assessore del Comune di Sesto Massimo Rollino. Molto gradita la presenza della sig.ra Maraini. A far da sfondo la mostra fotografica "Abbraccio al Tibet" delle foto scattate in Tibet dal sottoscritto nel 2007. Molto suggestive le campane tibetane offerte da Enrico Cheli. Organizzazione di Laura Faucci e Associazione Ajna.
Il Tibet ha bisogno di questi momenti, la situazione del paese delle nevi è drammatica (vedi altri post del blog), i cinesi vanno avanti nel loro progetto di "rinnovamento" (e distruzione) nel disinteresse generale del mondo. Salvaguardare la cultura ed il popolo tibetano vuol dire preservare la cultura, la storia, la spiritualità e la biodiversità del pianeta.
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domenica 26 maggio 2013
Abbraccio al Tibet
Riporto la simpatica descrizione fatta da Laura su come è nata l'idea di questo evento che mi vede coinvolto in prima persona.
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Durante il viaggio che ci conduceva a casa dell’amica Laura nel Mugello per trascorrere un capodanno davvero speciale, condividemmo con l’amico Fabio, le sue preziose esperienze di mostre fotografiche realizzate più volte a Firenze a seguito del suo bel viaggio in Tibet.
Così maturò in me il desiderio e la volontà di occuparmi dell’organizzazione di un altro evento simile, mettendo in gioco e a servizio questa mia qualifica svolta ampiamente negli anni di lavoro ai vari Teatri di Livorno e per passione e che potesse manifestare concretamente, insieme ad un sapore culturale, un atto solidale e un momento di piacevole aggregazione sociale. Quindi una serie di eventi sincronici, non affatto casuali: il coinvolgimento di un’associazione culturale di sesto, dove un amica socia ha viaggiato ed amato il Tibet, la riunione dell’Associazione Italia/Tibet al Centro Ewam, dove a febbraio partecipammo con Fabio, da lì il mio contatto con il Presidente dell’Associazione e il suo SI, per noi graditissimo, della Sua presenza e intervento all’evento. E poi il contatto con Paolo del Centro Ewam ( che però forse ha impegni improrogabili di lavoro), il SI dell’Assessore alla Cultura di SestoIdee, il SI del terapista Enrico Cheli, cui lo stesso Fabio conobbe, partecipando con piacere ad un suo evento, e il mio incontro con Sithar, un amico tibetano, bravissimo in cucina! Insomma, tutta la nostra energia del NOI e quella della “vita consenziente” si è direzionata, come un dolce vento caldo, verso la realizzazione, a breve, di questa giornata: un piccolo gesto di solidarietà verso questo popolo oppresso da così tanti anni, impregnato di una cultura incredibilmente affascinante e antichissima, al quale dedichiamo con gioia e speriamo con sentita partecipazione, questo nostro comune impegno. (Laura Faucci)
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sabato 25 maggio 2013
Sette giorni in Tibet: video report da Lhasa
(dal sito dell' Associazione Italia-Tibet)
22 maggio 2013. Entrato in Tibet con un visto di sette giorni, Cyril Payen, corrispondente dell’emittente francese France 24, è recentemente riuscito ad arrivare a Lhasa e a documentare in un breve filmato alcuni momenti della vita di tutti i giorni nella capitale tibetana e a scambiare alcune battute con due tibetani. Alcune immagini mostrano l’area attorno al Barkhor e i lavori in corso per la realizzazione del centro commerciale. Proponiamo ai lettori, assieme al video, la traduzione dell’audio del filmato.
Il filmato, della durata di circa quattro minuti, al sito di France 24 (link esterno clicca qui):
L’audio:
Otto mesi per ottenere il visto e quarantotto ore di treno: questo è il tempo che ci è voluto per entrare in Tibet. Viaggiando per 3600 chilometri, a un’altezza di 4000 metri, abbiamo raggiunto Lhasa assieme ai 2500 turisti e migranti cinesi che ogni giorno entrano nella città degli dei. Dalla rivolta del 2008, le autorità cinesi hanno imposto a Lhasa severe limitazioni all’ingresso dei turisti stranieri, i giornalisti sono messi al bando. Quando arrivi a Lhasa è come entrare in un mondo di sorveglianza Orwelliana, come in una città sotto occupazione, con migliaia di militari, le telecamere della CCTV, le ispezioni di polizia, le perquisizioni. Questa è la vita di tutti i giorni per i tibetani. Nonostante i gravi rischi, due attivisti tibetani hanno accettato di incontrarmi in un mercato affollato per qualche scambio di battute.
Payen, rivolto a una tibetana: Pensi di avere libertà qui?
Risposta: No, no, oggi non abbiamo né libertà né diritti umani. Credo nel Buddismo, considero il Dalai Lama come il nostro sole, ma non possiamo dirlo perché se lo diciamo saremo messi in carcere.
In prigione o fuori, ci si chiede se questo possa fare la differenza per questi tibetani e per un’antica cultura nel cuore dell’Himalaya. Questo luogo (cammina nell’area del Barkhor) è uno dei più sacri del Tibet, è il cuore spirituale del paese, il monastero del Jokhang. Per secoli i pellegrini si sono riuniti qui. Adesso il governo cinese sta costruendo in quest’area un centro commerciale completato da un parcheggio sotterraneo. Fu qui che un anno fa, per la prima volta nella capitale, due ex monaci si dettero fuoco come estremo atto di resistenza. Negli ultimi tre anni in Tibet ci sono state 127 immolazioni, tutte in segno di protesta contro la politica cinese.
Il sacro è ovunque in Tibet e i monaci, nella società, sono considerati le massime autorità. Ed è per questo che sono nel mirino del governo cinese che vorrebbe confinarli in un ruolo puramente di facciata.
Payen, rivolto a un tibetano: Cosa pensi dei cambiamenti a Lhasa?
Risposta: Non è consigliabile andare in giro, dimostrare, ci sono molti controlli e perquisizioni.
Cinquant’anni fa i monaci costituivano il 30% della popolazione maschile tibetana, oggi sono soltanto 30.000.
Un monaco tibetano: Tutto ciò che vogliono è portare i turisti cinesi nei nostri templi e il danaro è per il governo, non per i tibetani.
Oltre al proposito di raggiungere, entro l’anno, il numero di dieci milioni di turisti, la Cina ha altre nascoste ambizioni riguardo al Tibet. Ambizioni più cinesi che tibetane che prevedono l’arrivo di decine di migliaia di migranti da tutta la Cina.
Un cinese: Ho lavorato a Lhasa per tre anni, nel settore delle costruzioni…
Payen: E perché sei qui, nel tempio?
Cinese: Non si può mai dire…
E’ difficile prevedere cosa sarà il Tibet tra dieci anni dal momento che subisce una dura repressione, l’assimilazione culturale e l’occupazione militare. L’unica certezza è che il Tibet è l’ombra di quello che era una volta.
Segue un’intervista a Nicholas Baquelin, rappresentante di Human Rights Watch a Hong Kong, della quale diamo un breve riassunto.
Rispondendo alle domande rivoltegli dallo studio, Baquelin afferma che, dopo le manifestazioni pacifiche dei tibetani, la Cina vuole sradicare totalmente ogni supporto al Dalai Lama. Oggi i tibetani si trovano a dover affrontare questo problema: subire la repressione per raggiungere uno scopo altamente improbabile. Ora i cinesi, piuttosto che sradicarla, stanno cercando di rimodellare la cultura tibetana in modo da renderla inoffensiva per lo stato. Del resto, anche alcuni tibetani desiderano la modernizzazione del paese, ma è un equilibrio difficile da stabilire, la cultura tradizionale è sul punto di essere annientata. Americani e francesi hanno cercato di modernizzare il Vietnam e l’Algeria e gli stessi cinesi stanno investendo molto denaro in Tibet. Ma i tibetani vogliono la libertà, non solo il progresso economico. Tra le nazioni europee vi è un’assoluta mancanza di coordinamento circa il problema del Tibet. Sarkosy e la Merkel hanno in contrato il Dalai Lama ma lo hanno fatto dietro pressioni sia interne sia internazionali e per il governo cinese è stato facile porre in atto una sorte di ricatto nei loro confronti. Sarebbe necessario un coordinamento tra gli stati europei. Ovviamente nessun governo vuole che gli sia detto chi deve o non deve incontrare e, d’altro canto, è impossibile affrontare in modo razionale con la Cina il problema del Tibet. Non resta che caldeggiare un dialogo diretto tra la Cina e i tibetani.
(Fonte: France24.com)
22 maggio 2013. Entrato in Tibet con un visto di sette giorni, Cyril Payen, corrispondente dell’emittente francese France 24, è recentemente riuscito ad arrivare a Lhasa e a documentare in un breve filmato alcuni momenti della vita di tutti i giorni nella capitale tibetana e a scambiare alcune battute con due tibetani. Alcune immagini mostrano l’area attorno al Barkhor e i lavori in corso per la realizzazione del centro commerciale. Proponiamo ai lettori, assieme al video, la traduzione dell’audio del filmato.
Il filmato, della durata di circa quattro minuti, al sito di France 24 (link esterno clicca qui):
L’audio:
Otto mesi per ottenere il visto e quarantotto ore di treno: questo è il tempo che ci è voluto per entrare in Tibet. Viaggiando per 3600 chilometri, a un’altezza di 4000 metri, abbiamo raggiunto Lhasa assieme ai 2500 turisti e migranti cinesi che ogni giorno entrano nella città degli dei. Dalla rivolta del 2008, le autorità cinesi hanno imposto a Lhasa severe limitazioni all’ingresso dei turisti stranieri, i giornalisti sono messi al bando. Quando arrivi a Lhasa è come entrare in un mondo di sorveglianza Orwelliana, come in una città sotto occupazione, con migliaia di militari, le telecamere della CCTV, le ispezioni di polizia, le perquisizioni. Questa è la vita di tutti i giorni per i tibetani. Nonostante i gravi rischi, due attivisti tibetani hanno accettato di incontrarmi in un mercato affollato per qualche scambio di battute.
Payen, rivolto a una tibetana: Pensi di avere libertà qui?
Risposta: No, no, oggi non abbiamo né libertà né diritti umani. Credo nel Buddismo, considero il Dalai Lama come il nostro sole, ma non possiamo dirlo perché se lo diciamo saremo messi in carcere.
In prigione o fuori, ci si chiede se questo possa fare la differenza per questi tibetani e per un’antica cultura nel cuore dell’Himalaya. Questo luogo (cammina nell’area del Barkhor) è uno dei più sacri del Tibet, è il cuore spirituale del paese, il monastero del Jokhang. Per secoli i pellegrini si sono riuniti qui. Adesso il governo cinese sta costruendo in quest’area un centro commerciale completato da un parcheggio sotterraneo. Fu qui che un anno fa, per la prima volta nella capitale, due ex monaci si dettero fuoco come estremo atto di resistenza. Negli ultimi tre anni in Tibet ci sono state 127 immolazioni, tutte in segno di protesta contro la politica cinese.
Il sacro è ovunque in Tibet e i monaci, nella società, sono considerati le massime autorità. Ed è per questo che sono nel mirino del governo cinese che vorrebbe confinarli in un ruolo puramente di facciata.
Payen, rivolto a un tibetano: Cosa pensi dei cambiamenti a Lhasa?
Risposta: Non è consigliabile andare in giro, dimostrare, ci sono molti controlli e perquisizioni.
Cinquant’anni fa i monaci costituivano il 30% della popolazione maschile tibetana, oggi sono soltanto 30.000.
Un monaco tibetano: Tutto ciò che vogliono è portare i turisti cinesi nei nostri templi e il danaro è per il governo, non per i tibetani.
Oltre al proposito di raggiungere, entro l’anno, il numero di dieci milioni di turisti, la Cina ha altre nascoste ambizioni riguardo al Tibet. Ambizioni più cinesi che tibetane che prevedono l’arrivo di decine di migliaia di migranti da tutta la Cina.
Un cinese: Ho lavorato a Lhasa per tre anni, nel settore delle costruzioni…
Payen: E perché sei qui, nel tempio?
Cinese: Non si può mai dire…
E’ difficile prevedere cosa sarà il Tibet tra dieci anni dal momento che subisce una dura repressione, l’assimilazione culturale e l’occupazione militare. L’unica certezza è che il Tibet è l’ombra di quello che era una volta.
Segue un’intervista a Nicholas Baquelin, rappresentante di Human Rights Watch a Hong Kong, della quale diamo un breve riassunto.
Rispondendo alle domande rivoltegli dallo studio, Baquelin afferma che, dopo le manifestazioni pacifiche dei tibetani, la Cina vuole sradicare totalmente ogni supporto al Dalai Lama. Oggi i tibetani si trovano a dover affrontare questo problema: subire la repressione per raggiungere uno scopo altamente improbabile. Ora i cinesi, piuttosto che sradicarla, stanno cercando di rimodellare la cultura tibetana in modo da renderla inoffensiva per lo stato. Del resto, anche alcuni tibetani desiderano la modernizzazione del paese, ma è un equilibrio difficile da stabilire, la cultura tradizionale è sul punto di essere annientata. Americani e francesi hanno cercato di modernizzare il Vietnam e l’Algeria e gli stessi cinesi stanno investendo molto denaro in Tibet. Ma i tibetani vogliono la libertà, non solo il progresso economico. Tra le nazioni europee vi è un’assoluta mancanza di coordinamento circa il problema del Tibet. Sarkosy e la Merkel hanno in contrato il Dalai Lama ma lo hanno fatto dietro pressioni sia interne sia internazionali e per il governo cinese è stato facile porre in atto una sorte di ricatto nei loro confronti. Sarebbe necessario un coordinamento tra gli stati europei. Ovviamente nessun governo vuole che gli sia detto chi deve o non deve incontrare e, d’altro canto, è impossibile affrontare in modo razionale con la Cina il problema del Tibet. Non resta che caldeggiare un dialogo diretto tra la Cina e i tibetani.
(Fonte: France24.com)
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venerdì 24 maggio 2013
La distruzione di Lhasa
“FERMIAMO LA DISTRUZIONE DI LHASA”: LA TESTIMONIANZA E L’APPELLO DELLA SCRITTRICE TIBETANA WOESER.
13 maggio 2013. Secondo quanto previsto da un nuovo piano regolatore approvato dalle autorità cinesi, quello che resta delle tradizionali abitazioni tibetane della città di Lhasa sarà demolito per fare posto a un grande centro commerciale destinato a trasformare l’antica capitale del Tibet in una città turistica simile a Lijiang, lo “Shangri-La” della provincia dello Yunnan. Il progetto, già in fase di realizzazione (nelle foto) prevede la distruzione dell’area attorno al tempio del Jokhang e a quello di Ramoche.
Da Pechino, dove attualmente risiede, la scrittrice e blogger tibetana Woeser ha lanciato all’UNESCO e alle istituzioni di tutto il mondo un disperato appello affinché Lhasa sia risparmiata da una “spaventosa modernizzazione”, “un imperdonabile e incalcolabile crimine contro l’antica città, la cultura umana e l’ambiente”. In una petizione pubblicata su Wiebo, la rete cinese, all’inizio del corrente mese e prontamente censurata dalle autorità, la scrittrice ha denunciato il progetto della costruzione di un centro commerciale nel cuore della città vecchia, progetto che comporterebbe la totale distruzione dell’area del Barkhor, attorno al più sacro dei templi di Lhasa, il Jokhang. Una volta completato, il “Barkhor Shopping Mall” coprirà un’area di 150.000 metri quadrati e sarà in grado di ospitare, nel suo parcheggio sotterraneo, oltre 1000 automobili. I venditori ambulanti troveranno posto all’interno del centro commerciale e gli abitanti dei quartieri demoliti saranno trasferiti nella contea di Toluing Dechen, alla periferia occidentale di Lhasa. Se accetteranno la nuova sistemazione in tempi brevi, saranno risarciti con un compenso in danaro tra i 20.000 e 30.000 remibi.
Nel suo appello, Woeser afferma che la distruzione di Lhasa, le cui parti più antiche risalgono al VII secolo, coinvolgerà anche altre zone della città vecchia, compresa l’area di fronte al tempio di Ramoche dove saranno aperte ampie piazze. “La Città Vecchia non sarà più la stessa”, dice Woeser, “le sue strade non vedranno più i pellegrini compiere le circumambulazioni, le prostrazioni e accendere le lampade a burro”. E tutto questo non solo per motivi puramente economici: considerando attentamente il progetto, si nota l’intenzione sia di distruggere ciò che resta della vecchia Lhasa sia di evacuare completamente i venditori ambulanti dalle strade del Barkhor. La scrittrice tibetana nota che uno sconvolgimento urbanistico del tutto simile è già stato attuato in due altre città: Lijiang, nello Yunnan e Hunan, trasformate dalle autorità cinesi in moderne città turistiche. Dopo la ricostruzione, Lijiang è stata ribattezzata “Shangri-La” allo scopo di attrarre il maggior numero di turisti in un’operazione che Woeser definisce di “turismo coloniale”.
Nella lettera “La nostra Lhasa è sull’orlo della distruzione, salvate Lhasa!”indirizzata all’UNESCO e a tutte le maggiori organizzazioni mondiali a difesa dell’ambiente, Woeser chiede di fermare il disastroso progetto cinese e dalla minaccia senza precedenti che in questo momento grava sulla città. La traduzione in lingua inglese dell’appello al sito:
(Fonti: Phayul – Tibet Post)
FIRMA QUI L'APPELLO
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A sentire queste notizie mi piange il cuore. Sono stato a Lhasa 6 anni fa ed il Barkhor era l'unico quartiere dove ancora si respirava aria tibetana. Il Jokhang è il cuore del Buddismo tibetano ed è circondato dall'anello percorso incessantemente dai pellegrini tibetani, con tutte le bancarelle piene di oggetti più o meno utili, dove ho comprato un mulino di preghiere. Mi ricordo che il venditore mi ha regalato la rotellina di ricambio per quando mi si consumava quella in dotazione. Ai tibetani stanno togliendo la loro terra, la religione, le tradizioni, la vita che sono un patrimonio dell'umanità intera. E' una storia millenaria, un angolo del pianeta unico e irripetibile. E' ovvio che non è un problema di modernità; chi è stato a Lhasa sa benissimo che non ci sono problemi di traffico o parcheggio e che non è necessario costruire un centro commerciale nel cuore storico della città. So che niente e nessuno riuscirà a fermare il governo cinese dai loro intenti e questo mi riempie di tristezza.
Pubblico due foto scattate a Lhasa nel 2007.
13 maggio 2013. Secondo quanto previsto da un nuovo piano regolatore approvato dalle autorità cinesi, quello che resta delle tradizionali abitazioni tibetane della città di Lhasa sarà demolito per fare posto a un grande centro commerciale destinato a trasformare l’antica capitale del Tibet in una città turistica simile a Lijiang, lo “Shangri-La” della provincia dello Yunnan. Il progetto, già in fase di realizzazione (nelle foto) prevede la distruzione dell’area attorno al tempio del Jokhang e a quello di Ramoche.
Da Pechino, dove attualmente risiede, la scrittrice e blogger tibetana Woeser ha lanciato all’UNESCO e alle istituzioni di tutto il mondo un disperato appello affinché Lhasa sia risparmiata da una “spaventosa modernizzazione”, “un imperdonabile e incalcolabile crimine contro l’antica città, la cultura umana e l’ambiente”. In una petizione pubblicata su Wiebo, la rete cinese, all’inizio del corrente mese e prontamente censurata dalle autorità, la scrittrice ha denunciato il progetto della costruzione di un centro commerciale nel cuore della città vecchia, progetto che comporterebbe la totale distruzione dell’area del Barkhor, attorno al più sacro dei templi di Lhasa, il Jokhang. Una volta completato, il “Barkhor Shopping Mall” coprirà un’area di 150.000 metri quadrati e sarà in grado di ospitare, nel suo parcheggio sotterraneo, oltre 1000 automobili. I venditori ambulanti troveranno posto all’interno del centro commerciale e gli abitanti dei quartieri demoliti saranno trasferiti nella contea di Toluing Dechen, alla periferia occidentale di Lhasa. Se accetteranno la nuova sistemazione in tempi brevi, saranno risarciti con un compenso in danaro tra i 20.000 e 30.000 remibi.
Nel suo appello, Woeser afferma che la distruzione di Lhasa, le cui parti più antiche risalgono al VII secolo, coinvolgerà anche altre zone della città vecchia, compresa l’area di fronte al tempio di Ramoche dove saranno aperte ampie piazze. “La Città Vecchia non sarà più la stessa”, dice Woeser, “le sue strade non vedranno più i pellegrini compiere le circumambulazioni, le prostrazioni e accendere le lampade a burro”. E tutto questo non solo per motivi puramente economici: considerando attentamente il progetto, si nota l’intenzione sia di distruggere ciò che resta della vecchia Lhasa sia di evacuare completamente i venditori ambulanti dalle strade del Barkhor. La scrittrice tibetana nota che uno sconvolgimento urbanistico del tutto simile è già stato attuato in due altre città: Lijiang, nello Yunnan e Hunan, trasformate dalle autorità cinesi in moderne città turistiche. Dopo la ricostruzione, Lijiang è stata ribattezzata “Shangri-La” allo scopo di attrarre il maggior numero di turisti in un’operazione che Woeser definisce di “turismo coloniale”.
Nella lettera “La nostra Lhasa è sull’orlo della distruzione, salvate Lhasa!”indirizzata all’UNESCO e a tutte le maggiori organizzazioni mondiali a difesa dell’ambiente, Woeser chiede di fermare il disastroso progetto cinese e dalla minaccia senza precedenti che in questo momento grava sulla città. La traduzione in lingua inglese dell’appello al sito:
(Fonti: Phayul – Tibet Post)
FIRMA QUI L'APPELLO
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A sentire queste notizie mi piange il cuore. Sono stato a Lhasa 6 anni fa ed il Barkhor era l'unico quartiere dove ancora si respirava aria tibetana. Il Jokhang è il cuore del Buddismo tibetano ed è circondato dall'anello percorso incessantemente dai pellegrini tibetani, con tutte le bancarelle piene di oggetti più o meno utili, dove ho comprato un mulino di preghiere. Mi ricordo che il venditore mi ha regalato la rotellina di ricambio per quando mi si consumava quella in dotazione. Ai tibetani stanno togliendo la loro terra, la religione, le tradizioni, la vita che sono un patrimonio dell'umanità intera. E' una storia millenaria, un angolo del pianeta unico e irripetibile. E' ovvio che non è un problema di modernità; chi è stato a Lhasa sa benissimo che non ci sono problemi di traffico o parcheggio e che non è necessario costruire un centro commerciale nel cuore storico della città. So che niente e nessuno riuscirà a fermare il governo cinese dai loro intenti e questo mi riempie di tristezza.
Pubblico due foto scattate a Lhasa nel 2007.
Foto @Archetto, Tibet, 2007 (riproduzione vietata)
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giovedì 14 febbraio 2013
domenica 18 novembre 2012
Asia Onlus e la scuola di Golok
ASIA-Onlus lancia dunque una nuova sfida, quella di mandare a scuola entro la fine dell'anno 500 bambine tibetane attraverso il nostro progetto di sostegno a distanza (http://www.asia-onlus.org) Nella scuola delle bambine di Golok, visitata dall'attore, scrittore e alpinista Giuseppe Cederna (autore del video) sono 300 le bambine che hanno bisogno di un genitore a distanza che le accompagni negli studi.
La scuola delle bambine di Golok. Nel 1996 Jigmed Gyaltsen, monaco del famoso Monastero di Ragya situato nella prefettura di Golok, ad un'altitudine di 4.200 metri sull'altopiano a sud est della provincia cinese del Qinghai, ha realizzato una scuola dove i bambini possono apprendere le antiche tradizioni religiose e le nuove discipline moderne. Purtroppo però questa scuola non può essere frequentata dalle bambine perché si trova sul terreno del Monastero di Ragya.
Per risolvere questo problema e garantire così le stesse opportunità di istruzione alle bambine, in un'area molto povera, dove più del 70% delle donne è analfabeta, Asia-Onlus ha realizzato una scuola provvista di due uffici, dormitori, servizi igienici, una cucina, il refettorio e le aule per le lezioni.
La Scuola di Golok offre oggi circa 550 bambine l'opportunità di conseguire un adeguato livello di istruzione vivendo in condizioni dignitose. Con il sostegno a distanza provvediamo a coprire tutti i costi necessari al loro mantenimento: materiale didattico, vitto, alloggio, assistenza sanitaria di base, vestiario.
(dal sito di Repubblica, clicca qui)
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sabato 23 giugno 2012
La brutta figura di Milano con il Dalai Lama
Dal sito di Beppe Grillo riporto il commento sulla brutta notizia della mancata consegna della cittadinanza onoraria di Milano al Dalai Lama. L'Italia, e non solo, continua a farsela sotto ed a prostituirsi per un po' di soldi cinesi. E i diritti umani? Uno stato che cerca di impedire il conferimento di una onorificenza, tutto sommato innocua, ad un premio Nobel per la Pace è chiaramente un regime totalitario, antidemocratico, repressivo. Per loro il Dalai Lama è un delinquente con tanto di mandato di cattura (è accusato di omicidio). Ma intanto i tibetani continuano la loro drammatica protesta immolandosi igonorati dal Mondo, soggiogato dal potere economico della Cina. Basta far credere di boicottare l'Expo 2015..... perchè loro verranno a Milano solo per fare un favore ai milanesi e non per promuovere se stessi e la loro economia! Ridicolo.
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Il Comune di Milano, una volta capitale morale, in seguito Milano da bere, e oggi senza neppure una qualunque identità, ha rifiutato la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Gli era stata promessa. Per ragioni di bottega gli è stata negata con il solito teatrino all'italiana e la nuova maschera lombarda a far la figura di merda: il facondo Pisapippa, una via di mezzo tra Balanzone e Arlecchino, il "vorrei ma non posso" di piazza della Scala, il dimissionario dall'Expo, ma anche no. La Cina, oltre ad aver occupato il Tibet, ha occupato anche Palazzo Marino. I neo maoisti meneghini hanno bocciato l'onorificenza a Tenzin Gyatso in nome dei danè. La Cina ha infatti minacciato di non partecipare all'Expo 2015 e pressioni di ogni genere sono arrivate in questi giorni al Comune di Milano da parte degli investitori cinesi. La nuova bandiera comunale dovrebbe essere un paio di mutande rosse. Io ho avuto l'onore di incontrare il Dalai Lama nella sua ultima visita a Milano. Mi concesse mezz'ora del suo prezioso tempo e, alla fine del colloquio, mi donò una sciarpa bianca e un forte abbraccio. Gli promisi il mio appoggio. Il Tibet è occupato, straziato, e l'Italia fa affari con chi lo occupa senza provare vergogna e si lascia ricattare nelle sue decisioni politiche per motivi economici. A questo punto è arrivato il Paese di Michelangelo e Giulio Cesare, di Leonardo e di Marconi, a farsi condizionare come un pezzente nei suoi rapporti internazionali. La dignità ce la siamo messa nel culo. Mi è arrivata notizia di una telefonata direttamente al presidente del Consiglio Comunale di Milano da alte autorità cinesi perché dissuadesse Pisapia dalla cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Spero che non sia vero e che, nel caso, si sia risposto con un vaffanculo in cinese. Ma senza dubbio mi illudo. In Tibet sta avvenendo qualcosa di inaudito, contro l'occupazione cinese si stanno dando fuoco le giovani madri. Finora era successo solo per gli uomini. Il Tibet è circondato da un muro di omertà alla cui costruzione partecipa anche l'Italia. Buttiamo giù il muro. I muri sono da sempre impastati con il sangue dei popoli.
Consiglio caldamente la visione di questo film, che racconta in modo molto preciso e chiaro la tragedia del popolo tibetano (munitevi di fazzolettini).
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Il Comune di Milano, una volta capitale morale, in seguito Milano da bere, e oggi senza neppure una qualunque identità, ha rifiutato la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Gli era stata promessa. Per ragioni di bottega gli è stata negata con il solito teatrino all'italiana e la nuova maschera lombarda a far la figura di merda: il facondo Pisapippa, una via di mezzo tra Balanzone e Arlecchino, il "vorrei ma non posso" di piazza della Scala, il dimissionario dall'Expo, ma anche no. La Cina, oltre ad aver occupato il Tibet, ha occupato anche Palazzo Marino. I neo maoisti meneghini hanno bocciato l'onorificenza a Tenzin Gyatso in nome dei danè. La Cina ha infatti minacciato di non partecipare all'Expo 2015 e pressioni di ogni genere sono arrivate in questi giorni al Comune di Milano da parte degli investitori cinesi. La nuova bandiera comunale dovrebbe essere un paio di mutande rosse. Io ho avuto l'onore di incontrare il Dalai Lama nella sua ultima visita a Milano. Mi concesse mezz'ora del suo prezioso tempo e, alla fine del colloquio, mi donò una sciarpa bianca e un forte abbraccio. Gli promisi il mio appoggio. Il Tibet è occupato, straziato, e l'Italia fa affari con chi lo occupa senza provare vergogna e si lascia ricattare nelle sue decisioni politiche per motivi economici. A questo punto è arrivato il Paese di Michelangelo e Giulio Cesare, di Leonardo e di Marconi, a farsi condizionare come un pezzente nei suoi rapporti internazionali. La dignità ce la siamo messa nel culo. Mi è arrivata notizia di una telefonata direttamente al presidente del Consiglio Comunale di Milano da alte autorità cinesi perché dissuadesse Pisapia dalla cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Spero che non sia vero e che, nel caso, si sia risposto con un vaffanculo in cinese. Ma senza dubbio mi illudo. In Tibet sta avvenendo qualcosa di inaudito, contro l'occupazione cinese si stanno dando fuoco le giovani madri. Finora era successo solo per gli uomini. Il Tibet è circondato da un muro di omertà alla cui costruzione partecipa anche l'Italia. Buttiamo giù il muro. I muri sono da sempre impastati con il sangue dei popoli.
Consiglio caldamente la visione di questo film, che racconta in modo molto preciso e chiaro la tragedia del popolo tibetano (munitevi di fazzolettini).
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mercoledì 8 giugno 2011
"La Cina massacra il Tibet"
Interessante articolo che ho letto su AsiaNews sulle vicende di karmapa Lama, che fa il punto della situazione sua personale e della repressione cinese in Tibet. Attualmente se ne parla poco ma la situazione è sempre pesante ed il Tibet è chiuso al turismo fino a luglio.
Dharamsala (AsiaNews) – Il Karmapa Lama “non è una spia di Pechino” e le accuse in questo senso “non hanno fondamento”. La sua fuga dal Tibet va collegata “alla mancanza di libertà religiosa nella regione imposta da Pechino”, che avrebbe impedito al giovane leader buddista di completare la sua istruzione spirituale. È il senso del messaggio che lo stesso Karmapa Lama ha inviato al mondo subito dopo la conclusione dell’inchiesta che lo ha visto protagonista.
Alla fine di gennaio, infatti, le autorità indiane sono entrate nel monastero di Gyuto, residenza ufficiale del lama: qui hanno sequestrato valuta indiana e straniera per circa 560mila euro. Il denaro era nascosto in sei valige nella stanza di Shakti Lama, che è il braccio destro del 17esimo Karmapa, noto come il “Lama dal Cappello Nero” e visto come uno dei probabili candidati alla guida dei tibetani dopo la morte del Dalai Lama. Questo raid ha fatto nascere delle enormi speculazioni sul suo ruolo e alcune persone lo hanno accusato di lavorare per la Cina. Ecco la sua auto-difesa.
Da qualche tempo, sono apparsi molti interventi sui media che riguardano il nome e l’istituzione del Karmapa Lama. Non ho risposto a questi interventi perché non volevo aizzare una inutile controversia pubblica durante la fase critica delle indagini. Tuttavia, è arrivato il momento di parlare con molta chiarezza a coloro che ancora nutrono qualche dubbio. Fatemi quindi sottolineare in maniera categorica alcuni punti.
Non sono una spia cinese, un agente o una quinta colonna di Pechino in India. Sono profondamente grato al governo indiano per avermi accolto e dato rifugio in questa grande nazione, e per la cortesia e l’ospitalità che mi sono state riservate sin dal mio arrivo qui. Sono inoltre molto commosso dai gesti di affetto che il popolo indiano ha sempre indirizzato nei miei confronti. L’India, oggi, è la mia casa: non farei mai nulla contro gli interessi di questo Paese o del suo popolo. Infine, il Dalai Lama è il mio leader spirituale e temporale: io sono impegnato solo per il benessere del popolo tibetano.
Dalle speculazioni che ho letto sui giornali noto che alcune persone ancora si interrogano sul perché, nel dicembre del 1999, io abbia lasciato il Tibet. Su questo argomento, tempo fa, ho concesso diverse interviste: oggi voglio reiterare il fatto che, se fossi rimasto in Tibet, la mia educazione spirituale come 17esimo Karmapa Lama non si sarebbe mai completata. Era necessario e fondamentale, per me, ricevere a voce gli insegnamenti del lignaggio Karmapa, un insegnamento che si è protratto nel tempo tramite una catena ininterrotta che parte proprio dall’India sin dai tempi del Signore Buddha.
Voglio ricordare che le origini del mio lignaggio sono a Naland, dove il grande studioso Naropa ricevette il primo insegnamento dal suo maestro, Mahasiddha Tilopa. A sua volta, Naropa trasmise queste nozioni al suo discepolo Milarepa e da lui a Gampopa, che infine insegnò a Dusum Khyenpa: il primo Karmapa Lama.
Dunque il mio lignaggio è profondamente radicato in India dove il mio predecessore, Sua Santità il 16esimo Karmapa, trovò rifugio prima di me per fondare poi il monastero Rumtek, nel Sikkim. Tutti i guru del mio lignaggio erano in India: se fossi rimasto in Tibet, il governo cinese non mi avrebbe mai permesso di andarli a trovare. Non avrei potuto, d’altra parte, svolgere il mio compito in maniera degna senza la loro guida spirituale. Se fossi rimasto in Tibet, infine, sono convinto che sarei stato costretto a denunciare il Dalai Lama.
Il Tibet si trova sotto il regime totalitario della Cina comunista. A differenza della democratica India, in Cina non esiste libertà religiosa. Molti tibetani, fra cui i capi delle diverse sette del buddismo tibetano, sono stati costretti alla fuga durante la Rivoluzione culturale. Persino oggi arrivano notizie preoccupanti dal Tibet, che riguardano ad esempio i recenti scontri presso il monastero di Kirti che si trova nell’area tibetana di Ngaba, nella provincia del Sichuan. L’auto-immolazione di un giovane monaco chiamato Phuntsok, avvenuta lo scorso 16 marzo, rivela quante tensioni sotterranee siano ancora presenti nella regione. Da decenni, le politiche sbagliate della Cina peggiorano i sentimenti del popolo tibetano.
Alcuni rapporti parlano di un’occupazione militare di Kirti, dove oltre 300 monaci sono stati arrestati e due anziani locali sono morti per le percosse della polizia. Questi rapporti mi fanno temere che, se le autorità non rinunciano all’uso della forza, la situazione possa degenerare in una violenza su larga scala che terminerà con la morte di centinaia di tibetani, disarmati e innocenti. Al momento so che ci sono circa 2200 monaci completamente isolati e che il monastero è bloccato dalle forze di polizia. Al momento, il fato di queste persone è sconosciuto: l’area non può essere visitata da nessuno.
Le frequenti proteste pacifiche messe in atto dai tibetani sono sintomi di una popolazione ferita e spezzata, che chiede con disperazione la restaurazione della propria identità culturale e dei propri diritti, religiosi e umani. Il monastero di Kirti è molto importante per tutti noi e quindi mi unisco all’appello del Dalai Lama, rivolto al governo cinese e alla comunità internazionale, affinché la situazione si risolva presto e in modo pacifico.
Sin dai tempi antichi il Tibet è stato una nazione indipendente. Ha mantenuto rapporti religiosi, culturali e commerciali molto forti con l’India. Il confine che le divide è sempre stato aperto e pacifico, per permettere non soltanto il movimento di merci e persone ma anche il fiorire della civilizzazione umana. Gli indù e i giainisti venerano il monte Kailash e il lago Mansarovar come luoghi di pellegrinaggio. I tibetani considerano l’India la Terra Santa del Buddha, e aspirano a compiere un pellegrinaggio al Bodh Gaya.
Il buddismo è arrivato in Tibet dall’India, e insieme a lui è arrivato molto del linguaggio e della scrittura, che derivano dagli antichi manoscritti locali. Onoriamo i santi e i saggi indiani come Shantaraksita, Padmasambhava, Atisha e tutti quegli altri che sono venuti in Tibet. Gli studiosi e i fedeli di istituzioni rinomate come Nalanda e Vikramasila hanno ispirato molte delle nostre scuole religiose.
Oggi l’India è la nostra seconda casa. La cultura e la religione tibetana sono fiorite nell’atmosfera libera e aperta di questo Paese. L’India ha ospitato il Dalai Lama e moltissimi leader buddisti, che qui hanno aperto e curato diversi monasteri. Il buddismo, la cultura e il modo di vivere dei tibetani hanno trovato nuova vita in India.
Sono convinto che l’India non ha salvato dall’estinzione i tibetani e la loro vita, ma ha anche permesso a tutti noi di ispirarci grazie alle terre sacre del Buddha, permettendoci di portare i suoi insegnamenti dove prima erano sconosciuti. Ora prego che questi insegnamenti e la filosofia della non violenza del Mahatma Gandhi, combinati, possano divenire insieme una fonte di armonia e pace per l’intero mondo.
Dharamsala (AsiaNews) – Il Karmapa Lama “non è una spia di Pechino” e le accuse in questo senso “non hanno fondamento”. La sua fuga dal Tibet va collegata “alla mancanza di libertà religiosa nella regione imposta da Pechino”, che avrebbe impedito al giovane leader buddista di completare la sua istruzione spirituale. È il senso del messaggio che lo stesso Karmapa Lama ha inviato al mondo subito dopo la conclusione dell’inchiesta che lo ha visto protagonista.
Alla fine di gennaio, infatti, le autorità indiane sono entrate nel monastero di Gyuto, residenza ufficiale del lama: qui hanno sequestrato valuta indiana e straniera per circa 560mila euro. Il denaro era nascosto in sei valige nella stanza di Shakti Lama, che è il braccio destro del 17esimo Karmapa, noto come il “Lama dal Cappello Nero” e visto come uno dei probabili candidati alla guida dei tibetani dopo la morte del Dalai Lama. Questo raid ha fatto nascere delle enormi speculazioni sul suo ruolo e alcune persone lo hanno accusato di lavorare per la Cina. Ecco la sua auto-difesa.
Da qualche tempo, sono apparsi molti interventi sui media che riguardano il nome e l’istituzione del Karmapa Lama. Non ho risposto a questi interventi perché non volevo aizzare una inutile controversia pubblica durante la fase critica delle indagini. Tuttavia, è arrivato il momento di parlare con molta chiarezza a coloro che ancora nutrono qualche dubbio. Fatemi quindi sottolineare in maniera categorica alcuni punti.
Non sono una spia cinese, un agente o una quinta colonna di Pechino in India. Sono profondamente grato al governo indiano per avermi accolto e dato rifugio in questa grande nazione, e per la cortesia e l’ospitalità che mi sono state riservate sin dal mio arrivo qui. Sono inoltre molto commosso dai gesti di affetto che il popolo indiano ha sempre indirizzato nei miei confronti. L’India, oggi, è la mia casa: non farei mai nulla contro gli interessi di questo Paese o del suo popolo. Infine, il Dalai Lama è il mio leader spirituale e temporale: io sono impegnato solo per il benessere del popolo tibetano.
Dalle speculazioni che ho letto sui giornali noto che alcune persone ancora si interrogano sul perché, nel dicembre del 1999, io abbia lasciato il Tibet. Su questo argomento, tempo fa, ho concesso diverse interviste: oggi voglio reiterare il fatto che, se fossi rimasto in Tibet, la mia educazione spirituale come 17esimo Karmapa Lama non si sarebbe mai completata. Era necessario e fondamentale, per me, ricevere a voce gli insegnamenti del lignaggio Karmapa, un insegnamento che si è protratto nel tempo tramite una catena ininterrotta che parte proprio dall’India sin dai tempi del Signore Buddha.
Voglio ricordare che le origini del mio lignaggio sono a Naland, dove il grande studioso Naropa ricevette il primo insegnamento dal suo maestro, Mahasiddha Tilopa. A sua volta, Naropa trasmise queste nozioni al suo discepolo Milarepa e da lui a Gampopa, che infine insegnò a Dusum Khyenpa: il primo Karmapa Lama.
Dunque il mio lignaggio è profondamente radicato in India dove il mio predecessore, Sua Santità il 16esimo Karmapa, trovò rifugio prima di me per fondare poi il monastero Rumtek, nel Sikkim. Tutti i guru del mio lignaggio erano in India: se fossi rimasto in Tibet, il governo cinese non mi avrebbe mai permesso di andarli a trovare. Non avrei potuto, d’altra parte, svolgere il mio compito in maniera degna senza la loro guida spirituale. Se fossi rimasto in Tibet, infine, sono convinto che sarei stato costretto a denunciare il Dalai Lama.
Il Tibet si trova sotto il regime totalitario della Cina comunista. A differenza della democratica India, in Cina non esiste libertà religiosa. Molti tibetani, fra cui i capi delle diverse sette del buddismo tibetano, sono stati costretti alla fuga durante la Rivoluzione culturale. Persino oggi arrivano notizie preoccupanti dal Tibet, che riguardano ad esempio i recenti scontri presso il monastero di Kirti che si trova nell’area tibetana di Ngaba, nella provincia del Sichuan. L’auto-immolazione di un giovane monaco chiamato Phuntsok, avvenuta lo scorso 16 marzo, rivela quante tensioni sotterranee siano ancora presenti nella regione. Da decenni, le politiche sbagliate della Cina peggiorano i sentimenti del popolo tibetano.
Alcuni rapporti parlano di un’occupazione militare di Kirti, dove oltre 300 monaci sono stati arrestati e due anziani locali sono morti per le percosse della polizia. Questi rapporti mi fanno temere che, se le autorità non rinunciano all’uso della forza, la situazione possa degenerare in una violenza su larga scala che terminerà con la morte di centinaia di tibetani, disarmati e innocenti. Al momento so che ci sono circa 2200 monaci completamente isolati e che il monastero è bloccato dalle forze di polizia. Al momento, il fato di queste persone è sconosciuto: l’area non può essere visitata da nessuno.
Le frequenti proteste pacifiche messe in atto dai tibetani sono sintomi di una popolazione ferita e spezzata, che chiede con disperazione la restaurazione della propria identità culturale e dei propri diritti, religiosi e umani. Il monastero di Kirti è molto importante per tutti noi e quindi mi unisco all’appello del Dalai Lama, rivolto al governo cinese e alla comunità internazionale, affinché la situazione si risolva presto e in modo pacifico.
Sin dai tempi antichi il Tibet è stato una nazione indipendente. Ha mantenuto rapporti religiosi, culturali e commerciali molto forti con l’India. Il confine che le divide è sempre stato aperto e pacifico, per permettere non soltanto il movimento di merci e persone ma anche il fiorire della civilizzazione umana. Gli indù e i giainisti venerano il monte Kailash e il lago Mansarovar come luoghi di pellegrinaggio. I tibetani considerano l’India la Terra Santa del Buddha, e aspirano a compiere un pellegrinaggio al Bodh Gaya.
Il buddismo è arrivato in Tibet dall’India, e insieme a lui è arrivato molto del linguaggio e della scrittura, che derivano dagli antichi manoscritti locali. Onoriamo i santi e i saggi indiani come Shantaraksita, Padmasambhava, Atisha e tutti quegli altri che sono venuti in Tibet. Gli studiosi e i fedeli di istituzioni rinomate come Nalanda e Vikramasila hanno ispirato molte delle nostre scuole religiose.
Oggi l’India è la nostra seconda casa. La cultura e la religione tibetana sono fiorite nell’atmosfera libera e aperta di questo Paese. L’India ha ospitato il Dalai Lama e moltissimi leader buddisti, che qui hanno aperto e curato diversi monasteri. Il buddismo, la cultura e il modo di vivere dei tibetani hanno trovato nuova vita in India.
Sono convinto che l’India non ha salvato dall’estinzione i tibetani e la loro vita, ma ha anche permesso a tutti noi di ispirarci grazie alle terre sacre del Buddha, permettendoci di portare i suoi insegnamenti dove prima erano sconosciuti. Ora prego che questi insegnamenti e la filosofia della non violenza del Mahatma Gandhi, combinati, possano divenire insieme una fonte di armonia e pace per l’intero mondo.
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Salvare il Tibet
venerdì 18 marzo 2011
Free Tibet
ATTENZIONE - Le immagini del video sono forti e potrebbero turbare la sensibilità di alcune persone. Procedi in consapevolezza.
Franco Battiato, Tibet (da Inneres Auge, vers.digitale)
Franco Battiato, Tibet (da Inneres Auge, vers.digitale)
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mercoledì 11 agosto 2010
Buddismo Zen
Lo Zen è una forma particolare di buddismo.
La parola zen è un termine giapponese derivato dal cinese ch'an o shan, a sua volta trascrizione del sanscrito dhyana, ossia meditazione. È infatti una corrente del buddismo che ebbe origine in Cina al principio del 6° sec. d. C. Dalla Cina si diffuse in Giappone con il monaco Eisai verso il 1190. Qui lo Zen ebbe grande fioritura e diede vita a numerose correnti (Rinzai, Soto ecc.), molte delle quali ancora attive.
Lo Zen non conosce dèi, non ricerca l'immortalità e non ammette concetti come peccato o anima.
Non è né una religione né una filosofia in senso occidentale; è semmai un sistema di vita. Che cosa fa una persona che segue lo Zen? Essa si educa gradualmente a cogliere la realtà senza mediazioni intellettuali ma vivendola nella pienezza del momento. È la qualità dell'esperienza qui e ora, e non la precisione della ragione, che assume la massima importanza per il seguace dello Zen. La pratica fondamentale dello Zen è lo zazen, che viene intrapresa al fine di ottenere le condizioni ottimali per vedere direttamente in se stessi e scoprire nella purezza della propria esistenza la vera natura dell'essere. Lo Zen crede che la persona comune sia presa in un groviglio di idee, teorie, riflessioni, pregiudizi, sentimenti ed emozioni tali che non le permettono di cogliere la verità e la realtà ma solo frammenti di essa. Lo scopo dello zazen è dunque quello di liberare l'individuo e di consentirgli di entrare in modo pieno e diretto nella realtà.
(approfondimento di Ernesto Riva Copyright © 2002 www.filosofiaedintorni.net)
La parola zen è un termine giapponese derivato dal cinese ch'an o shan, a sua volta trascrizione del sanscrito dhyana, ossia meditazione. È infatti una corrente del buddismo che ebbe origine in Cina al principio del 6° sec. d. C. Dalla Cina si diffuse in Giappone con il monaco Eisai verso il 1190. Qui lo Zen ebbe grande fioritura e diede vita a numerose correnti (Rinzai, Soto ecc.), molte delle quali ancora attive.
Lo Zen non conosce dèi, non ricerca l'immortalità e non ammette concetti come peccato o anima.
Non è né una religione né una filosofia in senso occidentale; è semmai un sistema di vita. Che cosa fa una persona che segue lo Zen? Essa si educa gradualmente a cogliere la realtà senza mediazioni intellettuali ma vivendola nella pienezza del momento. È la qualità dell'esperienza qui e ora, e non la precisione della ragione, che assume la massima importanza per il seguace dello Zen. La pratica fondamentale dello Zen è lo zazen, che viene intrapresa al fine di ottenere le condizioni ottimali per vedere direttamente in se stessi e scoprire nella purezza della propria esistenza la vera natura dell'essere. Lo Zen crede che la persona comune sia presa in un groviglio di idee, teorie, riflessioni, pregiudizi, sentimenti ed emozioni tali che non le permettono di cogliere la verità e la realtà ma solo frammenti di essa. Lo scopo dello zazen è dunque quello di liberare l'individuo e di consentirgli di entrare in modo pieno e diretto nella realtà.
(approfondimento di Ernesto Riva Copyright © 2002 www.filosofiaedintorni.net)
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lunedì 28 giugno 2010
Un caldo abbraccio con le parole di Thay
A Warm Embrace - The Great Bell Chant (The End of Suffering) from R Smittenaar on Vimeo
Read by Thich Nhat Hanh, chanted by brother Phap Niem
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giovedì 24 giugno 2010
Thich Nhat Hanh a Castelfusano
"E il Buddha rispose: 'Non siate impazienti di credere a una cosa anche se tutti la ripetono, o se è scritta nei sacri testi o, ancora, affermata da un maestro riverito dal popolo. Accettate solo ciò che si accorda con il vostro giudizio, ciò che i saggi e i virtuosi condividono, ciò che reca realmente frutto e felicità. Abbandonate quanto non si accorda con il vostro giudizio, quanto i saggi e i virtuosi non condividono, quanto non reca realmente frutto e felicità. (...) Siete in grado di giudicare da soli ciò che va accettato e ciò che va rifiutato'." (Thich Nhat Hanh, Vita di Siddhartha il Buddha - pag. 290)



Foto @Archetto, Castelfusano, 2010 (riproduzione vietata)



Foto @Archetto, Castelfusano, 2010 (riproduzione vietata)
lunedì 1 febbraio 2010
Blues for Tibet
"Nello stesso spirito che ha accompagnato il mio percorso creativo finalizzato a mantenere viva nell'opinione pubblica la sensibilità nei confronti dell'emarginazione, specie per tutto ciò che riguarda i bambini, anche questo lavoro propone immagini di una precisa realtà che ha ispirato suoni ed atmosfere ricchi di poesia e suggestione. Il Tibet ed il Nepal, terre di fascino e magia, spazi di grande respiro e silenzio, culle di spiritualità e tradizioni millenarie, fonti di ispirazione per questo lavoro artistico, sono soggette, nel quotidiano, ad una trasformazione sociale e culturale estranea alla propria evoluzione naturale". (Maurizio dell'Olio)
mercoledì 25 novembre 2009
Scoperti antichi capolavori buddisti in alcune grotte del Mustang
"Molti esploratori hanno provato a trovare lo scomparso "paradiso perduto" di Shangri-La, descritto nel romanzo "Orizzonte perduto" del 1933: un regno dove le persone vivevano in pace, senza odio, invidia, avidità o ira, producendo cibo e opere d'arte. L'autore, James Hilton, lo aveva collocato all'estremo ovest dell'Himalaya, come volevano i racconti di alcuni gesuiti di ritorno dal Tibet che diedero i natali al romanzo. Ma nessuno ne trovò mai traccia.
Ora, sembra che gli americani possano avercela fatta. La scoperta, divulgata soltanto nei giorni scorsi, risalirebbe addirittura al 2007, anno in cui si svolse la prima spedizione esplorativa del National Geographic condotta dall'esploratore Broughton Coburn e dall'alpinista Pete Athans.
In quell'occasione Coburn e Athans si spinsero nella parte superiore del Mustang, al confine tra Nepal e Tibet: lì hanno individuato delle caverne misteriose il cui ingresso si trovava a decine e decine di metri da terra. L'abilità di Athans e di altri climber che hanno preso parte alla spedizione ha permesso di raggiungere questi anfratti che, davanti agli occhi increduli di tutti, hanno rivelato tesori inestimabili.
Preziosi affreschi, santuari di secoli fa, manoscritti di antiche religioni tra cui la cultura Bon, opere d'arte sulla vita di Bhudda e scheletri di secoli e secoli fa. Tutto questo si trovava nelle grotte, che si stima risalgano a seimila anni fa. E tutto, grazie al clima del luogo, era quasi perfettamente integro.
Il tesoro ha fatto subito pensare a Shangri-La. "Molti studiosi ritengono che il regno di Shambhala sia esistito davvero - ha detto Coburn - e che ne siano rimaste tracce in diverse valli himalayane. Queste caverne nascoste furono create probabilmente quando la loro religione e i loro principi furono minacciati".
Una seconda spedizione di Coburn e Athans, nel 2008, ha permesso di mettere in salvo una parte dei tesori, che ora si trovano nel monastero di Mustang. La loro conservazione, infatti, rischiava comunque di essere messa in pericolo dall'erosione o dai terremoti.
La storia di questi ritrovamenti è oggetto di due documentari dal titolo "Lost Cave Temples of the Himalayas and Secrets of Shangri-La" che sono in onda questo mese sul canale satellitare del National Geographic. Eccone un assaggio."
(Sara Sottocornola sul sito Montagna.tv)
Ora, sembra che gli americani possano avercela fatta. La scoperta, divulgata soltanto nei giorni scorsi, risalirebbe addirittura al 2007, anno in cui si svolse la prima spedizione esplorativa del National Geographic condotta dall'esploratore Broughton Coburn e dall'alpinista Pete Athans.
In quell'occasione Coburn e Athans si spinsero nella parte superiore del Mustang, al confine tra Nepal e Tibet: lì hanno individuato delle caverne misteriose il cui ingresso si trovava a decine e decine di metri da terra. L'abilità di Athans e di altri climber che hanno preso parte alla spedizione ha permesso di raggiungere questi anfratti che, davanti agli occhi increduli di tutti, hanno rivelato tesori inestimabili.
Preziosi affreschi, santuari di secoli fa, manoscritti di antiche religioni tra cui la cultura Bon, opere d'arte sulla vita di Bhudda e scheletri di secoli e secoli fa. Tutto questo si trovava nelle grotte, che si stima risalgano a seimila anni fa. E tutto, grazie al clima del luogo, era quasi perfettamente integro.
Il tesoro ha fatto subito pensare a Shangri-La. "Molti studiosi ritengono che il regno di Shambhala sia esistito davvero - ha detto Coburn - e che ne siano rimaste tracce in diverse valli himalayane. Queste caverne nascoste furono create probabilmente quando la loro religione e i loro principi furono minacciati".
Una seconda spedizione di Coburn e Athans, nel 2008, ha permesso di mettere in salvo una parte dei tesori, che ora si trovano nel monastero di Mustang. La loro conservazione, infatti, rischiava comunque di essere messa in pericolo dall'erosione o dai terremoti.
La storia di questi ritrovamenti è oggetto di due documentari dal titolo "Lost Cave Temples of the Himalayas and Secrets of Shangri-La" che sono in onda questo mese sul canale satellitare del National Geographic. Eccone un assaggio."
(Sara Sottocornola sul sito Montagna.tv)
martedì 24 febbraio 2009
Situazione tesa in Tibet
Il 26 febbraio inizia la festa di LOSAR, il capodanno tibetano, ma la situazione nel paese rimane tesa. L'opinione pubblica internazionale è presa da altre questioni e del Tibet se ne parla poco. Questo fa aumentare i timori che la Cina possa operare azioni di forza. La ricorrenza dei 50 anni dell'invasione cinese e dell'esilio del Dalai Lama potrebbe diventare un altro momento drammatico nella vita del paese delle nevi. Le frontiere resteranno chiuse per tutto il mese di marzo. Niente testimoni scomodi! Riporto il breve articolo apparso oggi su Peace Reporter.
I turisti intenzionati a visitare il Tibet nel mese di marzo si sono sentiti rispondere dalle agenzie turistiche che, per il momento, non è possibile.
Fino alla fine di marzo, mese nel quale cade il cinquantesimo anniversario della cacciata in esilio del Dalai Lama, le frontiere del Tibet rimarranno sigillate. A marzo dello scorso anno, l'opinione pubblica internazionale ha assistito alla forte ondata di proteste anti cinesi. Si è trattato delle manifestazioni più imponenti degli ultimi venti anni e che, secondo i gruppi di attivisti per i diritti umani, ha causato la morte di almeno 200 persone. Il Dalai Lama ha invitato a boicottare i festeggiamenti del capodanno cinese, che cade domani, in memoria di coloro che sono stati uccisi o imprigionati lo scorso anno, in seguito alle proteste. I gruppi di tibetani in esilio hanno descritto il boicottaggio del capodanno come "un atto di disobbedienza civile contro la repressione del governo di Pechino".
(Per approfondire l'argomento leggi qui)
I turisti intenzionati a visitare il Tibet nel mese di marzo si sono sentiti rispondere dalle agenzie turistiche che, per il momento, non è possibile.
Fino alla fine di marzo, mese nel quale cade il cinquantesimo anniversario della cacciata in esilio del Dalai Lama, le frontiere del Tibet rimarranno sigillate. A marzo dello scorso anno, l'opinione pubblica internazionale ha assistito alla forte ondata di proteste anti cinesi. Si è trattato delle manifestazioni più imponenti degli ultimi venti anni e che, secondo i gruppi di attivisti per i diritti umani, ha causato la morte di almeno 200 persone. Il Dalai Lama ha invitato a boicottare i festeggiamenti del capodanno cinese, che cade domani, in memoria di coloro che sono stati uccisi o imprigionati lo scorso anno, in seguito alle proteste. I gruppi di tibetani in esilio hanno descritto il boicottaggio del capodanno come "un atto di disobbedienza civile contro la repressione del governo di Pechino".
(Per approfondire l'argomento leggi qui)
mercoledì 31 dicembre 2008
Aiutiamo Pomaia
Nonostante il rogo che ha distrutto la nostra sala di meditazione, ieri sera è iniziato il corso previsto dal 27 al 2 gennaio. La sala chiamata 'palestra', abilmente preparata dagli organizzatori, ha potuto accogliere circa 120 persone, riunite ad ascoltare il lama Dagri Rinpoce.
Dagri Rinpoce ha aperto la sessione parlando del disastro che ha colpito l'Istituto, dicendo di considerarlo il segno positivo di una grande purificazione e di incremento a uno sviluppo ancora più grande dell'Istituto. Nonostante siano andate distrutte le statue dei buddha, ha detto, queste possono essere sostituite con altre. Dato che sua santità il Dalai Lama è ancora vivente, la ricostruzione del gompa e le nuove statue possono essere un'occasione per invitarlo a benedire la nuova struttura.
Dagri Rinpoce , inoltre, ha sottolineato che il giorno dell'incendio corrispondeva al 29 giorno del calendario tibetano, in cui si lanciano le torme contro le interferenze, per cui l'evento va considerato come un'eliminazione delle interferenze alla vita di Sua Santità e al veloce ritorno di Ghesce Ciampa Ghiatso. Dobbiamo quindi non avvilirci e gioire per le interferenze eliminate. Trovandoci in un Paese dove esiste la libertà di culto, possiamo sperare nell'aiuto del Governo e delle altre associazioni religiose, costituendo quindi un elemento di unione delle forze positive. Queste le parole di Dagri Rinpoce. (dal sito Bodhidharma)
Il sito del Monastero di Pomaia è questo.
Potete fare un bonifico utilizzando questo conto corrente bancario:
Istituto Lama Tzong Khapa
Cassa di risparmio di Lucca Pisa Livorno
Filiale di Rosignano Marittimo
tel 0586/799230 - fax 0586/760995
c/c ILTK n.48
Coord. IBAN: IT21-A-06200-25100-000000000048
causale: “gompa”
Dagri Rinpoce ha aperto la sessione parlando del disastro che ha colpito l'Istituto, dicendo di considerarlo il segno positivo di una grande purificazione e di incremento a uno sviluppo ancora più grande dell'Istituto. Nonostante siano andate distrutte le statue dei buddha, ha detto, queste possono essere sostituite con altre. Dato che sua santità il Dalai Lama è ancora vivente, la ricostruzione del gompa e le nuove statue possono essere un'occasione per invitarlo a benedire la nuova struttura.
Dagri Rinpoce , inoltre, ha sottolineato che il giorno dell'incendio corrispondeva al 29 giorno del calendario tibetano, in cui si lanciano le torme contro le interferenze, per cui l'evento va considerato come un'eliminazione delle interferenze alla vita di Sua Santità e al veloce ritorno di Ghesce Ciampa Ghiatso. Dobbiamo quindi non avvilirci e gioire per le interferenze eliminate. Trovandoci in un Paese dove esiste la libertà di culto, possiamo sperare nell'aiuto del Governo e delle altre associazioni religiose, costituendo quindi un elemento di unione delle forze positive. Queste le parole di Dagri Rinpoce. (dal sito Bodhidharma)
Il sito del Monastero di Pomaia è questo.
Potete fare un bonifico utilizzando questo conto corrente bancario:
Istituto Lama Tzong Khapa
Cassa di risparmio di Lucca Pisa Livorno
Filiale di Rosignano Marittimo
tel 0586/799230 - fax 0586/760995
c/c ILTK n.48
Coord. IBAN: IT21-A-06200-25100-000000000048
causale: “gompa”
venerdì 26 dicembre 2008
Incendio a Pomaia
Queste giornate di festa (?) sono rattristate della brutte notizia che arrivano da Pomaia. Una grande incendio ha distrutto parte del grande monastero buddista.
Un grosso incendio devasta buona parte del monastero buddista di Pomaia, in provincia di Pisa, uno tra i più importanti d'Europa. L' incendio, probabilmente innescato da un corto circuito, ha distrutto la sala grande di meditazione e moltissimi incunaboli, testi antichi e statue. Non ci sono feriti. I vigili del fuoco hanno circoscritto l' incendio e provveduto a isolare la zona. L'ala est del monastero è stata chiusa perchérisulta inagibile.
Purtroppo il danno è di considerevole entà: si parla di una cifra di oltre un milione di euro. Infatti le fiamme hanno sfondato anche il tetto del monastero oltre ad aver distrutto preziosissimi testi tibetani molto antichi. I monaci hanno spiegato che molte delle cose distrutte, tra cui un migliaio di testi, non hanno prezzo come, appunto, i libri con i discorsi di Buddah, alcuni unici, una quarantina di tanke, cioè i dipinti della storie del Buddah tra cui una risalente al 1800, oltre all'altare e numerose statue. (Repubblica)
Non sono mai stato a Pomaia ma ricevo le newsletter e recentemente ho conosciuto una giovane monaca. Tutte le persone che sono state lì mi hanno parlato di un luogo pieno di energia e di pace. Sono molto addolorato per quelo che è successo. Alcune cose si potranno ricostruire, altre sono andate perse per sempre.
Un grosso incendio devasta buona parte del monastero buddista di Pomaia, in provincia di Pisa, uno tra i più importanti d'Europa. L' incendio, probabilmente innescato da un corto circuito, ha distrutto la sala grande di meditazione e moltissimi incunaboli, testi antichi e statue. Non ci sono feriti. I vigili del fuoco hanno circoscritto l' incendio e provveduto a isolare la zona. L'ala est del monastero è stata chiusa perchérisulta inagibile.
Purtroppo il danno è di considerevole entà: si parla di una cifra di oltre un milione di euro. Infatti le fiamme hanno sfondato anche il tetto del monastero oltre ad aver distrutto preziosissimi testi tibetani molto antichi. I monaci hanno spiegato che molte delle cose distrutte, tra cui un migliaio di testi, non hanno prezzo come, appunto, i libri con i discorsi di Buddah, alcuni unici, una quarantina di tanke, cioè i dipinti della storie del Buddah tra cui una risalente al 1800, oltre all'altare e numerose statue. (Repubblica)
Non sono mai stato a Pomaia ma ricevo le newsletter e recentemente ho conosciuto una giovane monaca. Tutte le persone che sono state lì mi hanno parlato di un luogo pieno di energia e di pace. Sono molto addolorato per quelo che è successo. Alcune cose si potranno ricostruire, altre sono andate perse per sempre.
mercoledì 24 dicembre 2008
Natale come momento di riflessione
Dedicato a chi volesse passare davvero un Natale meditando, stando ai margini del nostro caos consumistico. Per ringraziare chiunque noi vogliamo, per ascoltare noi stessi, il nostro respiro, la nostra anima. Per ascoltare il Mondo. Buon Natale a tutti!
giovedì 20 novembre 2008
Raccontare il Tibet
Il raccontare il viaggio con le foto ed i racconti (pubblicati su ci sono stato.it e su Turisti per caso.it) non è per esibizionismo, non è nel mio stile. Quella che abbiamo vissuto è stata un'esperienza profonda. Condividere tutto questo è un modo per rivivere certe sensazioni, riempirsi gli occhi e le narici, sentire. E' un modo per ricordarsi quello che ci siamo detti, per ascoltare se stessi. Il Tibet è il nostro specchio. Noi siamo quello che vogliamo essere.
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