LA PIAZZA DOVE SI SVOLGERA' LA MANIFESTAZIONE DEL 9 MARZO E' PIAZZA FARNESE A ROMA.
PROGRAMMA DI MASSIMA DELLA MANIFESTAZIONE PER IL TIBET
IN OCCASIONE DEL 55° ANNIVERSARIO
DELL’INSURREZIONE DI LHASA 10 MARZO 1959
ROMA - DOMENICA 9 MARZO
PIAZZA FARNESE ORE 15:00
15:00 - INIZIO RADUNO IN PIAZZA FARNESE
15:30 - SPEAKER SALUTA E INTRODUCE L’INNO NAZIONALE TIBETANO
15:35 - SPEAKER LEGGE ELENCO ADESIONI ALLA MANIFESTAZIONE ED EVENTUALI MESSAGGI, INTRODUCE IL GRUPPO MUSICALE dei RANGZEN
15:40 - 1° INTERVENTO MUSICALE dei RANGZEN-
1) “THE SECRET OF LIFE”-
2) “GO MAN GO” (o altro brano)
3) “TIBET WILL BE FREE”
15:55- SPEAKER DA’ LA PAROLA AI RELATORI-
Interventi istituzionali e politici (IL TUTTO PER 50 MINUTI):
1. NYIMA DONDHUP pres.Comunità Tibetana in Italia
2. CLAUDIO CARDELLI pres. Ass. Italia Tibet
3. GIACOMO FIDELIBUS- giornalista esperto di economia internazionale e geopolitica
4. RITA BERNARDINI – Partito radicale.
5. Un LAMA indicato dalla Comunità Tibetana in Italia.
16:45 - 2° INTERVENTO MUSICALE
SPEAKER PRESENTA FRIDA NERI che canta: “DI PORPORA E NEVE”
I RANZGEN eseguono:
1) “CHINA”
2) “MY LANGUAGE IS MY NATION” (con Frida Neri e pubblico - coro Om Mani Padme Hum)
17:10 - PREGHIERA COLLETTIVA PER GLI IMMOLATI GUIDATA DAI MONACI DEL SAMANTABHADRA E ALTRI CENTRI BUDDHISTI ITALIANI
17:20 - TEATRO DI STRADA - RAPPRESENTAZIONE DELLE IMMOLAZIONI
QUANDO GLI ATTORI SONO DISTESI IN TERRA UNA VOCE FUORI CAMPO SPIEGA PER 3 MINUTI IL SIGNIFICATO NON VIOLENTO IN SENSO BUDDHISTA DELL’AUTOIMMOLAZIONE
17:40 – CANZONE DELL’UNITA’ “LONG SHO”
17:45 INGRESSO TOTEM “MADE IN CHINA” - EVENTO FINALE
SALUTI E CHIUSURA CON I RANGZEN E FRIDA NERI CHE CANTANO INSIEME “IMAGINE” O “GIVE PEACE A CHANCE”
(PER VEDERE IL VIDEO SARETE REINDIRIZZATI SU VIMEO)
Ratu Ngawang: We Must Never Forget March 10 from Kefiblog on Vimeo.
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sabato 8 marzo 2014
Torce umane in Tibet
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Ubicazione:
Roma, Italia
domenica 4 agosto 2013
Solidarietà per il Tibet
ABBRACCIO AL TIBET - La giornata sul Tibet organizzata a Sesto Fiorentino il 9 giugno ha avuto un successo inaspettato. La sala era gremita di persone che hanno seguito con molta attenzione il bellissimo video "Impermanence" di Ghotam Gose sul Dalai Lama e poi il dibattito con Claudio Cardelli, presidente dell'Associazione Italia-Tibet, il sottoscritto e l'Assessore del Comune di Sesto Massimo Rollino. Molto gradita la presenza della sig.ra Maraini. A far da sfondo la mostra fotografica "Abbraccio al Tibet" delle foto scattate in Tibet dal sottoscritto nel 2007. Molto suggestive le campane tibetane offerte da Enrico Cheli. Organizzazione di Laura Faucci e Associazione Ajna.
Il Tibet ha bisogno di questi momenti, la situazione del paese delle nevi è drammatica (vedi altri post del blog), i cinesi vanno avanti nel loro progetto di "rinnovamento" (e distruzione) nel disinteresse generale del mondo. Salvaguardare la cultura ed il popolo tibetano vuol dire preservare la cultura, la storia, la spiritualità e la biodiversità del pianeta.
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domenica 26 maggio 2013
Abbraccio al Tibet
Riporto la simpatica descrizione fatta da Laura su come è nata l'idea di questo evento che mi vede coinvolto in prima persona.
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Durante il viaggio che ci conduceva a casa dell’amica Laura nel Mugello per trascorrere un capodanno davvero speciale, condividemmo con l’amico Fabio, le sue preziose esperienze di mostre fotografiche realizzate più volte a Firenze a seguito del suo bel viaggio in Tibet.
Così maturò in me il desiderio e la volontà di occuparmi dell’organizzazione di un altro evento simile, mettendo in gioco e a servizio questa mia qualifica svolta ampiamente negli anni di lavoro ai vari Teatri di Livorno e per passione e che potesse manifestare concretamente, insieme ad un sapore culturale, un atto solidale e un momento di piacevole aggregazione sociale. Quindi una serie di eventi sincronici, non affatto casuali: il coinvolgimento di un’associazione culturale di sesto, dove un amica socia ha viaggiato ed amato il Tibet, la riunione dell’Associazione Italia/Tibet al Centro Ewam, dove a febbraio partecipammo con Fabio, da lì il mio contatto con il Presidente dell’Associazione e il suo SI, per noi graditissimo, della Sua presenza e intervento all’evento. E poi il contatto con Paolo del Centro Ewam ( che però forse ha impegni improrogabili di lavoro), il SI dell’Assessore alla Cultura di SestoIdee, il SI del terapista Enrico Cheli, cui lo stesso Fabio conobbe, partecipando con piacere ad un suo evento, e il mio incontro con Sithar, un amico tibetano, bravissimo in cucina! Insomma, tutta la nostra energia del NOI e quella della “vita consenziente” si è direzionata, come un dolce vento caldo, verso la realizzazione, a breve, di questa giornata: un piccolo gesto di solidarietà verso questo popolo oppresso da così tanti anni, impregnato di una cultura incredibilmente affascinante e antichissima, al quale dedichiamo con gioia e speriamo con sentita partecipazione, questo nostro comune impegno. (Laura Faucci)
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sabato 25 maggio 2013
Sette giorni in Tibet: video report da Lhasa
(dal sito dell' Associazione Italia-Tibet)
22 maggio 2013. Entrato in Tibet con un visto di sette giorni, Cyril Payen, corrispondente dell’emittente francese France 24, è recentemente riuscito ad arrivare a Lhasa e a documentare in un breve filmato alcuni momenti della vita di tutti i giorni nella capitale tibetana e a scambiare alcune battute con due tibetani. Alcune immagini mostrano l’area attorno al Barkhor e i lavori in corso per la realizzazione del centro commerciale. Proponiamo ai lettori, assieme al video, la traduzione dell’audio del filmato.
Il filmato, della durata di circa quattro minuti, al sito di France 24 (link esterno clicca qui):
L’audio:
Otto mesi per ottenere il visto e quarantotto ore di treno: questo è il tempo che ci è voluto per entrare in Tibet. Viaggiando per 3600 chilometri, a un’altezza di 4000 metri, abbiamo raggiunto Lhasa assieme ai 2500 turisti e migranti cinesi che ogni giorno entrano nella città degli dei. Dalla rivolta del 2008, le autorità cinesi hanno imposto a Lhasa severe limitazioni all’ingresso dei turisti stranieri, i giornalisti sono messi al bando. Quando arrivi a Lhasa è come entrare in un mondo di sorveglianza Orwelliana, come in una città sotto occupazione, con migliaia di militari, le telecamere della CCTV, le ispezioni di polizia, le perquisizioni. Questa è la vita di tutti i giorni per i tibetani. Nonostante i gravi rischi, due attivisti tibetani hanno accettato di incontrarmi in un mercato affollato per qualche scambio di battute.
Payen, rivolto a una tibetana: Pensi di avere libertà qui?
Risposta: No, no, oggi non abbiamo né libertà né diritti umani. Credo nel Buddismo, considero il Dalai Lama come il nostro sole, ma non possiamo dirlo perché se lo diciamo saremo messi in carcere.
In prigione o fuori, ci si chiede se questo possa fare la differenza per questi tibetani e per un’antica cultura nel cuore dell’Himalaya. Questo luogo (cammina nell’area del Barkhor) è uno dei più sacri del Tibet, è il cuore spirituale del paese, il monastero del Jokhang. Per secoli i pellegrini si sono riuniti qui. Adesso il governo cinese sta costruendo in quest’area un centro commerciale completato da un parcheggio sotterraneo. Fu qui che un anno fa, per la prima volta nella capitale, due ex monaci si dettero fuoco come estremo atto di resistenza. Negli ultimi tre anni in Tibet ci sono state 127 immolazioni, tutte in segno di protesta contro la politica cinese.
Il sacro è ovunque in Tibet e i monaci, nella società, sono considerati le massime autorità. Ed è per questo che sono nel mirino del governo cinese che vorrebbe confinarli in un ruolo puramente di facciata.
Payen, rivolto a un tibetano: Cosa pensi dei cambiamenti a Lhasa?
Risposta: Non è consigliabile andare in giro, dimostrare, ci sono molti controlli e perquisizioni.
Cinquant’anni fa i monaci costituivano il 30% della popolazione maschile tibetana, oggi sono soltanto 30.000.
Un monaco tibetano: Tutto ciò che vogliono è portare i turisti cinesi nei nostri templi e il danaro è per il governo, non per i tibetani.
Oltre al proposito di raggiungere, entro l’anno, il numero di dieci milioni di turisti, la Cina ha altre nascoste ambizioni riguardo al Tibet. Ambizioni più cinesi che tibetane che prevedono l’arrivo di decine di migliaia di migranti da tutta la Cina.
Un cinese: Ho lavorato a Lhasa per tre anni, nel settore delle costruzioni…
Payen: E perché sei qui, nel tempio?
Cinese: Non si può mai dire…
E’ difficile prevedere cosa sarà il Tibet tra dieci anni dal momento che subisce una dura repressione, l’assimilazione culturale e l’occupazione militare. L’unica certezza è che il Tibet è l’ombra di quello che era una volta.
Segue un’intervista a Nicholas Baquelin, rappresentante di Human Rights Watch a Hong Kong, della quale diamo un breve riassunto.
Rispondendo alle domande rivoltegli dallo studio, Baquelin afferma che, dopo le manifestazioni pacifiche dei tibetani, la Cina vuole sradicare totalmente ogni supporto al Dalai Lama. Oggi i tibetani si trovano a dover affrontare questo problema: subire la repressione per raggiungere uno scopo altamente improbabile. Ora i cinesi, piuttosto che sradicarla, stanno cercando di rimodellare la cultura tibetana in modo da renderla inoffensiva per lo stato. Del resto, anche alcuni tibetani desiderano la modernizzazione del paese, ma è un equilibrio difficile da stabilire, la cultura tradizionale è sul punto di essere annientata. Americani e francesi hanno cercato di modernizzare il Vietnam e l’Algeria e gli stessi cinesi stanno investendo molto denaro in Tibet. Ma i tibetani vogliono la libertà, non solo il progresso economico. Tra le nazioni europee vi è un’assoluta mancanza di coordinamento circa il problema del Tibet. Sarkosy e la Merkel hanno in contrato il Dalai Lama ma lo hanno fatto dietro pressioni sia interne sia internazionali e per il governo cinese è stato facile porre in atto una sorte di ricatto nei loro confronti. Sarebbe necessario un coordinamento tra gli stati europei. Ovviamente nessun governo vuole che gli sia detto chi deve o non deve incontrare e, d’altro canto, è impossibile affrontare in modo razionale con la Cina il problema del Tibet. Non resta che caldeggiare un dialogo diretto tra la Cina e i tibetani.
(Fonte: France24.com)
22 maggio 2013. Entrato in Tibet con un visto di sette giorni, Cyril Payen, corrispondente dell’emittente francese France 24, è recentemente riuscito ad arrivare a Lhasa e a documentare in un breve filmato alcuni momenti della vita di tutti i giorni nella capitale tibetana e a scambiare alcune battute con due tibetani. Alcune immagini mostrano l’area attorno al Barkhor e i lavori in corso per la realizzazione del centro commerciale. Proponiamo ai lettori, assieme al video, la traduzione dell’audio del filmato.
Il filmato, della durata di circa quattro minuti, al sito di France 24 (link esterno clicca qui):
L’audio:
Otto mesi per ottenere il visto e quarantotto ore di treno: questo è il tempo che ci è voluto per entrare in Tibet. Viaggiando per 3600 chilometri, a un’altezza di 4000 metri, abbiamo raggiunto Lhasa assieme ai 2500 turisti e migranti cinesi che ogni giorno entrano nella città degli dei. Dalla rivolta del 2008, le autorità cinesi hanno imposto a Lhasa severe limitazioni all’ingresso dei turisti stranieri, i giornalisti sono messi al bando. Quando arrivi a Lhasa è come entrare in un mondo di sorveglianza Orwelliana, come in una città sotto occupazione, con migliaia di militari, le telecamere della CCTV, le ispezioni di polizia, le perquisizioni. Questa è la vita di tutti i giorni per i tibetani. Nonostante i gravi rischi, due attivisti tibetani hanno accettato di incontrarmi in un mercato affollato per qualche scambio di battute.
Payen, rivolto a una tibetana: Pensi di avere libertà qui?
Risposta: No, no, oggi non abbiamo né libertà né diritti umani. Credo nel Buddismo, considero il Dalai Lama come il nostro sole, ma non possiamo dirlo perché se lo diciamo saremo messi in carcere.
In prigione o fuori, ci si chiede se questo possa fare la differenza per questi tibetani e per un’antica cultura nel cuore dell’Himalaya. Questo luogo (cammina nell’area del Barkhor) è uno dei più sacri del Tibet, è il cuore spirituale del paese, il monastero del Jokhang. Per secoli i pellegrini si sono riuniti qui. Adesso il governo cinese sta costruendo in quest’area un centro commerciale completato da un parcheggio sotterraneo. Fu qui che un anno fa, per la prima volta nella capitale, due ex monaci si dettero fuoco come estremo atto di resistenza. Negli ultimi tre anni in Tibet ci sono state 127 immolazioni, tutte in segno di protesta contro la politica cinese.
Il sacro è ovunque in Tibet e i monaci, nella società, sono considerati le massime autorità. Ed è per questo che sono nel mirino del governo cinese che vorrebbe confinarli in un ruolo puramente di facciata.
Payen, rivolto a un tibetano: Cosa pensi dei cambiamenti a Lhasa?
Risposta: Non è consigliabile andare in giro, dimostrare, ci sono molti controlli e perquisizioni.
Cinquant’anni fa i monaci costituivano il 30% della popolazione maschile tibetana, oggi sono soltanto 30.000.
Un monaco tibetano: Tutto ciò che vogliono è portare i turisti cinesi nei nostri templi e il danaro è per il governo, non per i tibetani.
Oltre al proposito di raggiungere, entro l’anno, il numero di dieci milioni di turisti, la Cina ha altre nascoste ambizioni riguardo al Tibet. Ambizioni più cinesi che tibetane che prevedono l’arrivo di decine di migliaia di migranti da tutta la Cina.
Un cinese: Ho lavorato a Lhasa per tre anni, nel settore delle costruzioni…
Payen: E perché sei qui, nel tempio?
Cinese: Non si può mai dire…
E’ difficile prevedere cosa sarà il Tibet tra dieci anni dal momento che subisce una dura repressione, l’assimilazione culturale e l’occupazione militare. L’unica certezza è che il Tibet è l’ombra di quello che era una volta.
Segue un’intervista a Nicholas Baquelin, rappresentante di Human Rights Watch a Hong Kong, della quale diamo un breve riassunto.
Rispondendo alle domande rivoltegli dallo studio, Baquelin afferma che, dopo le manifestazioni pacifiche dei tibetani, la Cina vuole sradicare totalmente ogni supporto al Dalai Lama. Oggi i tibetani si trovano a dover affrontare questo problema: subire la repressione per raggiungere uno scopo altamente improbabile. Ora i cinesi, piuttosto che sradicarla, stanno cercando di rimodellare la cultura tibetana in modo da renderla inoffensiva per lo stato. Del resto, anche alcuni tibetani desiderano la modernizzazione del paese, ma è un equilibrio difficile da stabilire, la cultura tradizionale è sul punto di essere annientata. Americani e francesi hanno cercato di modernizzare il Vietnam e l’Algeria e gli stessi cinesi stanno investendo molto denaro in Tibet. Ma i tibetani vogliono la libertà, non solo il progresso economico. Tra le nazioni europee vi è un’assoluta mancanza di coordinamento circa il problema del Tibet. Sarkosy e la Merkel hanno in contrato il Dalai Lama ma lo hanno fatto dietro pressioni sia interne sia internazionali e per il governo cinese è stato facile porre in atto una sorte di ricatto nei loro confronti. Sarebbe necessario un coordinamento tra gli stati europei. Ovviamente nessun governo vuole che gli sia detto chi deve o non deve incontrare e, d’altro canto, è impossibile affrontare in modo razionale con la Cina il problema del Tibet. Non resta che caldeggiare un dialogo diretto tra la Cina e i tibetani.
(Fonte: France24.com)
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venerdì 24 maggio 2013
La distruzione di Lhasa
“FERMIAMO LA DISTRUZIONE DI LHASA”: LA TESTIMONIANZA E L’APPELLO DELLA SCRITTRICE TIBETANA WOESER.
13 maggio 2013. Secondo quanto previsto da un nuovo piano regolatore approvato dalle autorità cinesi, quello che resta delle tradizionali abitazioni tibetane della città di Lhasa sarà demolito per fare posto a un grande centro commerciale destinato a trasformare l’antica capitale del Tibet in una città turistica simile a Lijiang, lo “Shangri-La” della provincia dello Yunnan. Il progetto, già in fase di realizzazione (nelle foto) prevede la distruzione dell’area attorno al tempio del Jokhang e a quello di Ramoche.
Da Pechino, dove attualmente risiede, la scrittrice e blogger tibetana Woeser ha lanciato all’UNESCO e alle istituzioni di tutto il mondo un disperato appello affinché Lhasa sia risparmiata da una “spaventosa modernizzazione”, “un imperdonabile e incalcolabile crimine contro l’antica città, la cultura umana e l’ambiente”. In una petizione pubblicata su Wiebo, la rete cinese, all’inizio del corrente mese e prontamente censurata dalle autorità, la scrittrice ha denunciato il progetto della costruzione di un centro commerciale nel cuore della città vecchia, progetto che comporterebbe la totale distruzione dell’area del Barkhor, attorno al più sacro dei templi di Lhasa, il Jokhang. Una volta completato, il “Barkhor Shopping Mall” coprirà un’area di 150.000 metri quadrati e sarà in grado di ospitare, nel suo parcheggio sotterraneo, oltre 1000 automobili. I venditori ambulanti troveranno posto all’interno del centro commerciale e gli abitanti dei quartieri demoliti saranno trasferiti nella contea di Toluing Dechen, alla periferia occidentale di Lhasa. Se accetteranno la nuova sistemazione in tempi brevi, saranno risarciti con un compenso in danaro tra i 20.000 e 30.000 remibi.
Nel suo appello, Woeser afferma che la distruzione di Lhasa, le cui parti più antiche risalgono al VII secolo, coinvolgerà anche altre zone della città vecchia, compresa l’area di fronte al tempio di Ramoche dove saranno aperte ampie piazze. “La Città Vecchia non sarà più la stessa”, dice Woeser, “le sue strade non vedranno più i pellegrini compiere le circumambulazioni, le prostrazioni e accendere le lampade a burro”. E tutto questo non solo per motivi puramente economici: considerando attentamente il progetto, si nota l’intenzione sia di distruggere ciò che resta della vecchia Lhasa sia di evacuare completamente i venditori ambulanti dalle strade del Barkhor. La scrittrice tibetana nota che uno sconvolgimento urbanistico del tutto simile è già stato attuato in due altre città: Lijiang, nello Yunnan e Hunan, trasformate dalle autorità cinesi in moderne città turistiche. Dopo la ricostruzione, Lijiang è stata ribattezzata “Shangri-La” allo scopo di attrarre il maggior numero di turisti in un’operazione che Woeser definisce di “turismo coloniale”.
Nella lettera “La nostra Lhasa è sull’orlo della distruzione, salvate Lhasa!”indirizzata all’UNESCO e a tutte le maggiori organizzazioni mondiali a difesa dell’ambiente, Woeser chiede di fermare il disastroso progetto cinese e dalla minaccia senza precedenti che in questo momento grava sulla città. La traduzione in lingua inglese dell’appello al sito:
(Fonti: Phayul – Tibet Post)
FIRMA QUI L'APPELLO
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A sentire queste notizie mi piange il cuore. Sono stato a Lhasa 6 anni fa ed il Barkhor era l'unico quartiere dove ancora si respirava aria tibetana. Il Jokhang è il cuore del Buddismo tibetano ed è circondato dall'anello percorso incessantemente dai pellegrini tibetani, con tutte le bancarelle piene di oggetti più o meno utili, dove ho comprato un mulino di preghiere. Mi ricordo che il venditore mi ha regalato la rotellina di ricambio per quando mi si consumava quella in dotazione. Ai tibetani stanno togliendo la loro terra, la religione, le tradizioni, la vita che sono un patrimonio dell'umanità intera. E' una storia millenaria, un angolo del pianeta unico e irripetibile. E' ovvio che non è un problema di modernità; chi è stato a Lhasa sa benissimo che non ci sono problemi di traffico o parcheggio e che non è necessario costruire un centro commerciale nel cuore storico della città. So che niente e nessuno riuscirà a fermare il governo cinese dai loro intenti e questo mi riempie di tristezza.
Pubblico due foto scattate a Lhasa nel 2007.
13 maggio 2013. Secondo quanto previsto da un nuovo piano regolatore approvato dalle autorità cinesi, quello che resta delle tradizionali abitazioni tibetane della città di Lhasa sarà demolito per fare posto a un grande centro commerciale destinato a trasformare l’antica capitale del Tibet in una città turistica simile a Lijiang, lo “Shangri-La” della provincia dello Yunnan. Il progetto, già in fase di realizzazione (nelle foto) prevede la distruzione dell’area attorno al tempio del Jokhang e a quello di Ramoche.
Da Pechino, dove attualmente risiede, la scrittrice e blogger tibetana Woeser ha lanciato all’UNESCO e alle istituzioni di tutto il mondo un disperato appello affinché Lhasa sia risparmiata da una “spaventosa modernizzazione”, “un imperdonabile e incalcolabile crimine contro l’antica città, la cultura umana e l’ambiente”. In una petizione pubblicata su Wiebo, la rete cinese, all’inizio del corrente mese e prontamente censurata dalle autorità, la scrittrice ha denunciato il progetto della costruzione di un centro commerciale nel cuore della città vecchia, progetto che comporterebbe la totale distruzione dell’area del Barkhor, attorno al più sacro dei templi di Lhasa, il Jokhang. Una volta completato, il “Barkhor Shopping Mall” coprirà un’area di 150.000 metri quadrati e sarà in grado di ospitare, nel suo parcheggio sotterraneo, oltre 1000 automobili. I venditori ambulanti troveranno posto all’interno del centro commerciale e gli abitanti dei quartieri demoliti saranno trasferiti nella contea di Toluing Dechen, alla periferia occidentale di Lhasa. Se accetteranno la nuova sistemazione in tempi brevi, saranno risarciti con un compenso in danaro tra i 20.000 e 30.000 remibi.
Nel suo appello, Woeser afferma che la distruzione di Lhasa, le cui parti più antiche risalgono al VII secolo, coinvolgerà anche altre zone della città vecchia, compresa l’area di fronte al tempio di Ramoche dove saranno aperte ampie piazze. “La Città Vecchia non sarà più la stessa”, dice Woeser, “le sue strade non vedranno più i pellegrini compiere le circumambulazioni, le prostrazioni e accendere le lampade a burro”. E tutto questo non solo per motivi puramente economici: considerando attentamente il progetto, si nota l’intenzione sia di distruggere ciò che resta della vecchia Lhasa sia di evacuare completamente i venditori ambulanti dalle strade del Barkhor. La scrittrice tibetana nota che uno sconvolgimento urbanistico del tutto simile è già stato attuato in due altre città: Lijiang, nello Yunnan e Hunan, trasformate dalle autorità cinesi in moderne città turistiche. Dopo la ricostruzione, Lijiang è stata ribattezzata “Shangri-La” allo scopo di attrarre il maggior numero di turisti in un’operazione che Woeser definisce di “turismo coloniale”.
Nella lettera “La nostra Lhasa è sull’orlo della distruzione, salvate Lhasa!”indirizzata all’UNESCO e a tutte le maggiori organizzazioni mondiali a difesa dell’ambiente, Woeser chiede di fermare il disastroso progetto cinese e dalla minaccia senza precedenti che in questo momento grava sulla città. La traduzione in lingua inglese dell’appello al sito:
(Fonti: Phayul – Tibet Post)
FIRMA QUI L'APPELLO
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A sentire queste notizie mi piange il cuore. Sono stato a Lhasa 6 anni fa ed il Barkhor era l'unico quartiere dove ancora si respirava aria tibetana. Il Jokhang è il cuore del Buddismo tibetano ed è circondato dall'anello percorso incessantemente dai pellegrini tibetani, con tutte le bancarelle piene di oggetti più o meno utili, dove ho comprato un mulino di preghiere. Mi ricordo che il venditore mi ha regalato la rotellina di ricambio per quando mi si consumava quella in dotazione. Ai tibetani stanno togliendo la loro terra, la religione, le tradizioni, la vita che sono un patrimonio dell'umanità intera. E' una storia millenaria, un angolo del pianeta unico e irripetibile. E' ovvio che non è un problema di modernità; chi è stato a Lhasa sa benissimo che non ci sono problemi di traffico o parcheggio e che non è necessario costruire un centro commerciale nel cuore storico della città. So che niente e nessuno riuscirà a fermare il governo cinese dai loro intenti e questo mi riempie di tristezza.
Pubblico due foto scattate a Lhasa nel 2007.
Foto @Archetto, Tibet, 2007 (riproduzione vietata)
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giovedì 14 febbraio 2013
domenica 18 novembre 2012
Asia Onlus e la scuola di Golok
ASIA-Onlus lancia dunque una nuova sfida, quella di mandare a scuola entro la fine dell'anno 500 bambine tibetane attraverso il nostro progetto di sostegno a distanza (http://www.asia-onlus.org) Nella scuola delle bambine di Golok, visitata dall'attore, scrittore e alpinista Giuseppe Cederna (autore del video) sono 300 le bambine che hanno bisogno di un genitore a distanza che le accompagni negli studi.
La scuola delle bambine di Golok. Nel 1996 Jigmed Gyaltsen, monaco del famoso Monastero di Ragya situato nella prefettura di Golok, ad un'altitudine di 4.200 metri sull'altopiano a sud est della provincia cinese del Qinghai, ha realizzato una scuola dove i bambini possono apprendere le antiche tradizioni religiose e le nuove discipline moderne. Purtroppo però questa scuola non può essere frequentata dalle bambine perché si trova sul terreno del Monastero di Ragya.
Per risolvere questo problema e garantire così le stesse opportunità di istruzione alle bambine, in un'area molto povera, dove più del 70% delle donne è analfabeta, Asia-Onlus ha realizzato una scuola provvista di due uffici, dormitori, servizi igienici, una cucina, il refettorio e le aule per le lezioni.
La Scuola di Golok offre oggi circa 550 bambine l'opportunità di conseguire un adeguato livello di istruzione vivendo in condizioni dignitose. Con il sostegno a distanza provvediamo a coprire tutti i costi necessari al loro mantenimento: materiale didattico, vitto, alloggio, assistenza sanitaria di base, vestiario.
(dal sito di Repubblica, clicca qui)
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sabato 23 giugno 2012
La brutta figura di Milano con il Dalai Lama
Dal sito di Beppe Grillo riporto il commento sulla brutta notizia della mancata consegna della cittadinanza onoraria di Milano al Dalai Lama. L'Italia, e non solo, continua a farsela sotto ed a prostituirsi per un po' di soldi cinesi. E i diritti umani? Uno stato che cerca di impedire il conferimento di una onorificenza, tutto sommato innocua, ad un premio Nobel per la Pace è chiaramente un regime totalitario, antidemocratico, repressivo. Per loro il Dalai Lama è un delinquente con tanto di mandato di cattura (è accusato di omicidio). Ma intanto i tibetani continuano la loro drammatica protesta immolandosi igonorati dal Mondo, soggiogato dal potere economico della Cina. Basta far credere di boicottare l'Expo 2015..... perchè loro verranno a Milano solo per fare un favore ai milanesi e non per promuovere se stessi e la loro economia! Ridicolo.
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Il Comune di Milano, una volta capitale morale, in seguito Milano da bere, e oggi senza neppure una qualunque identità, ha rifiutato la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Gli era stata promessa. Per ragioni di bottega gli è stata negata con il solito teatrino all'italiana e la nuova maschera lombarda a far la figura di merda: il facondo Pisapippa, una via di mezzo tra Balanzone e Arlecchino, il "vorrei ma non posso" di piazza della Scala, il dimissionario dall'Expo, ma anche no. La Cina, oltre ad aver occupato il Tibet, ha occupato anche Palazzo Marino. I neo maoisti meneghini hanno bocciato l'onorificenza a Tenzin Gyatso in nome dei danè. La Cina ha infatti minacciato di non partecipare all'Expo 2015 e pressioni di ogni genere sono arrivate in questi giorni al Comune di Milano da parte degli investitori cinesi. La nuova bandiera comunale dovrebbe essere un paio di mutande rosse. Io ho avuto l'onore di incontrare il Dalai Lama nella sua ultima visita a Milano. Mi concesse mezz'ora del suo prezioso tempo e, alla fine del colloquio, mi donò una sciarpa bianca e un forte abbraccio. Gli promisi il mio appoggio. Il Tibet è occupato, straziato, e l'Italia fa affari con chi lo occupa senza provare vergogna e si lascia ricattare nelle sue decisioni politiche per motivi economici. A questo punto è arrivato il Paese di Michelangelo e Giulio Cesare, di Leonardo e di Marconi, a farsi condizionare come un pezzente nei suoi rapporti internazionali. La dignità ce la siamo messa nel culo. Mi è arrivata notizia di una telefonata direttamente al presidente del Consiglio Comunale di Milano da alte autorità cinesi perché dissuadesse Pisapia dalla cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Spero che non sia vero e che, nel caso, si sia risposto con un vaffanculo in cinese. Ma senza dubbio mi illudo. In Tibet sta avvenendo qualcosa di inaudito, contro l'occupazione cinese si stanno dando fuoco le giovani madri. Finora era successo solo per gli uomini. Il Tibet è circondato da un muro di omertà alla cui costruzione partecipa anche l'Italia. Buttiamo giù il muro. I muri sono da sempre impastati con il sangue dei popoli.
Consiglio caldamente la visione di questo film, che racconta in modo molto preciso e chiaro la tragedia del popolo tibetano (munitevi di fazzolettini).
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Il Comune di Milano, una volta capitale morale, in seguito Milano da bere, e oggi senza neppure una qualunque identità, ha rifiutato la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Gli era stata promessa. Per ragioni di bottega gli è stata negata con il solito teatrino all'italiana e la nuova maschera lombarda a far la figura di merda: il facondo Pisapippa, una via di mezzo tra Balanzone e Arlecchino, il "vorrei ma non posso" di piazza della Scala, il dimissionario dall'Expo, ma anche no. La Cina, oltre ad aver occupato il Tibet, ha occupato anche Palazzo Marino. I neo maoisti meneghini hanno bocciato l'onorificenza a Tenzin Gyatso in nome dei danè. La Cina ha infatti minacciato di non partecipare all'Expo 2015 e pressioni di ogni genere sono arrivate in questi giorni al Comune di Milano da parte degli investitori cinesi. La nuova bandiera comunale dovrebbe essere un paio di mutande rosse. Io ho avuto l'onore di incontrare il Dalai Lama nella sua ultima visita a Milano. Mi concesse mezz'ora del suo prezioso tempo e, alla fine del colloquio, mi donò una sciarpa bianca e un forte abbraccio. Gli promisi il mio appoggio. Il Tibet è occupato, straziato, e l'Italia fa affari con chi lo occupa senza provare vergogna e si lascia ricattare nelle sue decisioni politiche per motivi economici. A questo punto è arrivato il Paese di Michelangelo e Giulio Cesare, di Leonardo e di Marconi, a farsi condizionare come un pezzente nei suoi rapporti internazionali. La dignità ce la siamo messa nel culo. Mi è arrivata notizia di una telefonata direttamente al presidente del Consiglio Comunale di Milano da alte autorità cinesi perché dissuadesse Pisapia dalla cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Spero che non sia vero e che, nel caso, si sia risposto con un vaffanculo in cinese. Ma senza dubbio mi illudo. In Tibet sta avvenendo qualcosa di inaudito, contro l'occupazione cinese si stanno dando fuoco le giovani madri. Finora era successo solo per gli uomini. Il Tibet è circondato da un muro di omertà alla cui costruzione partecipa anche l'Italia. Buttiamo giù il muro. I muri sono da sempre impastati con il sangue dei popoli.
Consiglio caldamente la visione di questo film, che racconta in modo molto preciso e chiaro la tragedia del popolo tibetano (munitevi di fazzolettini).
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mercoledì 8 giugno 2011
"La Cina massacra il Tibet"
Interessante articolo che ho letto su AsiaNews sulle vicende di karmapa Lama, che fa il punto della situazione sua personale e della repressione cinese in Tibet. Attualmente se ne parla poco ma la situazione è sempre pesante ed il Tibet è chiuso al turismo fino a luglio.
Dharamsala (AsiaNews) – Il Karmapa Lama “non è una spia di Pechino” e le accuse in questo senso “non hanno fondamento”. La sua fuga dal Tibet va collegata “alla mancanza di libertà religiosa nella regione imposta da Pechino”, che avrebbe impedito al giovane leader buddista di completare la sua istruzione spirituale. È il senso del messaggio che lo stesso Karmapa Lama ha inviato al mondo subito dopo la conclusione dell’inchiesta che lo ha visto protagonista.
Alla fine di gennaio, infatti, le autorità indiane sono entrate nel monastero di Gyuto, residenza ufficiale del lama: qui hanno sequestrato valuta indiana e straniera per circa 560mila euro. Il denaro era nascosto in sei valige nella stanza di Shakti Lama, che è il braccio destro del 17esimo Karmapa, noto come il “Lama dal Cappello Nero” e visto come uno dei probabili candidati alla guida dei tibetani dopo la morte del Dalai Lama. Questo raid ha fatto nascere delle enormi speculazioni sul suo ruolo e alcune persone lo hanno accusato di lavorare per la Cina. Ecco la sua auto-difesa.
Da qualche tempo, sono apparsi molti interventi sui media che riguardano il nome e l’istituzione del Karmapa Lama. Non ho risposto a questi interventi perché non volevo aizzare una inutile controversia pubblica durante la fase critica delle indagini. Tuttavia, è arrivato il momento di parlare con molta chiarezza a coloro che ancora nutrono qualche dubbio. Fatemi quindi sottolineare in maniera categorica alcuni punti.
Non sono una spia cinese, un agente o una quinta colonna di Pechino in India. Sono profondamente grato al governo indiano per avermi accolto e dato rifugio in questa grande nazione, e per la cortesia e l’ospitalità che mi sono state riservate sin dal mio arrivo qui. Sono inoltre molto commosso dai gesti di affetto che il popolo indiano ha sempre indirizzato nei miei confronti. L’India, oggi, è la mia casa: non farei mai nulla contro gli interessi di questo Paese o del suo popolo. Infine, il Dalai Lama è il mio leader spirituale e temporale: io sono impegnato solo per il benessere del popolo tibetano.
Dalle speculazioni che ho letto sui giornali noto che alcune persone ancora si interrogano sul perché, nel dicembre del 1999, io abbia lasciato il Tibet. Su questo argomento, tempo fa, ho concesso diverse interviste: oggi voglio reiterare il fatto che, se fossi rimasto in Tibet, la mia educazione spirituale come 17esimo Karmapa Lama non si sarebbe mai completata. Era necessario e fondamentale, per me, ricevere a voce gli insegnamenti del lignaggio Karmapa, un insegnamento che si è protratto nel tempo tramite una catena ininterrotta che parte proprio dall’India sin dai tempi del Signore Buddha.
Voglio ricordare che le origini del mio lignaggio sono a Naland, dove il grande studioso Naropa ricevette il primo insegnamento dal suo maestro, Mahasiddha Tilopa. A sua volta, Naropa trasmise queste nozioni al suo discepolo Milarepa e da lui a Gampopa, che infine insegnò a Dusum Khyenpa: il primo Karmapa Lama.
Dunque il mio lignaggio è profondamente radicato in India dove il mio predecessore, Sua Santità il 16esimo Karmapa, trovò rifugio prima di me per fondare poi il monastero Rumtek, nel Sikkim. Tutti i guru del mio lignaggio erano in India: se fossi rimasto in Tibet, il governo cinese non mi avrebbe mai permesso di andarli a trovare. Non avrei potuto, d’altra parte, svolgere il mio compito in maniera degna senza la loro guida spirituale. Se fossi rimasto in Tibet, infine, sono convinto che sarei stato costretto a denunciare il Dalai Lama.
Il Tibet si trova sotto il regime totalitario della Cina comunista. A differenza della democratica India, in Cina non esiste libertà religiosa. Molti tibetani, fra cui i capi delle diverse sette del buddismo tibetano, sono stati costretti alla fuga durante la Rivoluzione culturale. Persino oggi arrivano notizie preoccupanti dal Tibet, che riguardano ad esempio i recenti scontri presso il monastero di Kirti che si trova nell’area tibetana di Ngaba, nella provincia del Sichuan. L’auto-immolazione di un giovane monaco chiamato Phuntsok, avvenuta lo scorso 16 marzo, rivela quante tensioni sotterranee siano ancora presenti nella regione. Da decenni, le politiche sbagliate della Cina peggiorano i sentimenti del popolo tibetano.
Alcuni rapporti parlano di un’occupazione militare di Kirti, dove oltre 300 monaci sono stati arrestati e due anziani locali sono morti per le percosse della polizia. Questi rapporti mi fanno temere che, se le autorità non rinunciano all’uso della forza, la situazione possa degenerare in una violenza su larga scala che terminerà con la morte di centinaia di tibetani, disarmati e innocenti. Al momento so che ci sono circa 2200 monaci completamente isolati e che il monastero è bloccato dalle forze di polizia. Al momento, il fato di queste persone è sconosciuto: l’area non può essere visitata da nessuno.
Le frequenti proteste pacifiche messe in atto dai tibetani sono sintomi di una popolazione ferita e spezzata, che chiede con disperazione la restaurazione della propria identità culturale e dei propri diritti, religiosi e umani. Il monastero di Kirti è molto importante per tutti noi e quindi mi unisco all’appello del Dalai Lama, rivolto al governo cinese e alla comunità internazionale, affinché la situazione si risolva presto e in modo pacifico.
Sin dai tempi antichi il Tibet è stato una nazione indipendente. Ha mantenuto rapporti religiosi, culturali e commerciali molto forti con l’India. Il confine che le divide è sempre stato aperto e pacifico, per permettere non soltanto il movimento di merci e persone ma anche il fiorire della civilizzazione umana. Gli indù e i giainisti venerano il monte Kailash e il lago Mansarovar come luoghi di pellegrinaggio. I tibetani considerano l’India la Terra Santa del Buddha, e aspirano a compiere un pellegrinaggio al Bodh Gaya.
Il buddismo è arrivato in Tibet dall’India, e insieme a lui è arrivato molto del linguaggio e della scrittura, che derivano dagli antichi manoscritti locali. Onoriamo i santi e i saggi indiani come Shantaraksita, Padmasambhava, Atisha e tutti quegli altri che sono venuti in Tibet. Gli studiosi e i fedeli di istituzioni rinomate come Nalanda e Vikramasila hanno ispirato molte delle nostre scuole religiose.
Oggi l’India è la nostra seconda casa. La cultura e la religione tibetana sono fiorite nell’atmosfera libera e aperta di questo Paese. L’India ha ospitato il Dalai Lama e moltissimi leader buddisti, che qui hanno aperto e curato diversi monasteri. Il buddismo, la cultura e il modo di vivere dei tibetani hanno trovato nuova vita in India.
Sono convinto che l’India non ha salvato dall’estinzione i tibetani e la loro vita, ma ha anche permesso a tutti noi di ispirarci grazie alle terre sacre del Buddha, permettendoci di portare i suoi insegnamenti dove prima erano sconosciuti. Ora prego che questi insegnamenti e la filosofia della non violenza del Mahatma Gandhi, combinati, possano divenire insieme una fonte di armonia e pace per l’intero mondo.
Dharamsala (AsiaNews) – Il Karmapa Lama “non è una spia di Pechino” e le accuse in questo senso “non hanno fondamento”. La sua fuga dal Tibet va collegata “alla mancanza di libertà religiosa nella regione imposta da Pechino”, che avrebbe impedito al giovane leader buddista di completare la sua istruzione spirituale. È il senso del messaggio che lo stesso Karmapa Lama ha inviato al mondo subito dopo la conclusione dell’inchiesta che lo ha visto protagonista.
Alla fine di gennaio, infatti, le autorità indiane sono entrate nel monastero di Gyuto, residenza ufficiale del lama: qui hanno sequestrato valuta indiana e straniera per circa 560mila euro. Il denaro era nascosto in sei valige nella stanza di Shakti Lama, che è il braccio destro del 17esimo Karmapa, noto come il “Lama dal Cappello Nero” e visto come uno dei probabili candidati alla guida dei tibetani dopo la morte del Dalai Lama. Questo raid ha fatto nascere delle enormi speculazioni sul suo ruolo e alcune persone lo hanno accusato di lavorare per la Cina. Ecco la sua auto-difesa.
Da qualche tempo, sono apparsi molti interventi sui media che riguardano il nome e l’istituzione del Karmapa Lama. Non ho risposto a questi interventi perché non volevo aizzare una inutile controversia pubblica durante la fase critica delle indagini. Tuttavia, è arrivato il momento di parlare con molta chiarezza a coloro che ancora nutrono qualche dubbio. Fatemi quindi sottolineare in maniera categorica alcuni punti.
Non sono una spia cinese, un agente o una quinta colonna di Pechino in India. Sono profondamente grato al governo indiano per avermi accolto e dato rifugio in questa grande nazione, e per la cortesia e l’ospitalità che mi sono state riservate sin dal mio arrivo qui. Sono inoltre molto commosso dai gesti di affetto che il popolo indiano ha sempre indirizzato nei miei confronti. L’India, oggi, è la mia casa: non farei mai nulla contro gli interessi di questo Paese o del suo popolo. Infine, il Dalai Lama è il mio leader spirituale e temporale: io sono impegnato solo per il benessere del popolo tibetano.
Dalle speculazioni che ho letto sui giornali noto che alcune persone ancora si interrogano sul perché, nel dicembre del 1999, io abbia lasciato il Tibet. Su questo argomento, tempo fa, ho concesso diverse interviste: oggi voglio reiterare il fatto che, se fossi rimasto in Tibet, la mia educazione spirituale come 17esimo Karmapa Lama non si sarebbe mai completata. Era necessario e fondamentale, per me, ricevere a voce gli insegnamenti del lignaggio Karmapa, un insegnamento che si è protratto nel tempo tramite una catena ininterrotta che parte proprio dall’India sin dai tempi del Signore Buddha.
Voglio ricordare che le origini del mio lignaggio sono a Naland, dove il grande studioso Naropa ricevette il primo insegnamento dal suo maestro, Mahasiddha Tilopa. A sua volta, Naropa trasmise queste nozioni al suo discepolo Milarepa e da lui a Gampopa, che infine insegnò a Dusum Khyenpa: il primo Karmapa Lama.
Dunque il mio lignaggio è profondamente radicato in India dove il mio predecessore, Sua Santità il 16esimo Karmapa, trovò rifugio prima di me per fondare poi il monastero Rumtek, nel Sikkim. Tutti i guru del mio lignaggio erano in India: se fossi rimasto in Tibet, il governo cinese non mi avrebbe mai permesso di andarli a trovare. Non avrei potuto, d’altra parte, svolgere il mio compito in maniera degna senza la loro guida spirituale. Se fossi rimasto in Tibet, infine, sono convinto che sarei stato costretto a denunciare il Dalai Lama.
Il Tibet si trova sotto il regime totalitario della Cina comunista. A differenza della democratica India, in Cina non esiste libertà religiosa. Molti tibetani, fra cui i capi delle diverse sette del buddismo tibetano, sono stati costretti alla fuga durante la Rivoluzione culturale. Persino oggi arrivano notizie preoccupanti dal Tibet, che riguardano ad esempio i recenti scontri presso il monastero di Kirti che si trova nell’area tibetana di Ngaba, nella provincia del Sichuan. L’auto-immolazione di un giovane monaco chiamato Phuntsok, avvenuta lo scorso 16 marzo, rivela quante tensioni sotterranee siano ancora presenti nella regione. Da decenni, le politiche sbagliate della Cina peggiorano i sentimenti del popolo tibetano.
Alcuni rapporti parlano di un’occupazione militare di Kirti, dove oltre 300 monaci sono stati arrestati e due anziani locali sono morti per le percosse della polizia. Questi rapporti mi fanno temere che, se le autorità non rinunciano all’uso della forza, la situazione possa degenerare in una violenza su larga scala che terminerà con la morte di centinaia di tibetani, disarmati e innocenti. Al momento so che ci sono circa 2200 monaci completamente isolati e che il monastero è bloccato dalle forze di polizia. Al momento, il fato di queste persone è sconosciuto: l’area non può essere visitata da nessuno.
Le frequenti proteste pacifiche messe in atto dai tibetani sono sintomi di una popolazione ferita e spezzata, che chiede con disperazione la restaurazione della propria identità culturale e dei propri diritti, religiosi e umani. Il monastero di Kirti è molto importante per tutti noi e quindi mi unisco all’appello del Dalai Lama, rivolto al governo cinese e alla comunità internazionale, affinché la situazione si risolva presto e in modo pacifico.
Sin dai tempi antichi il Tibet è stato una nazione indipendente. Ha mantenuto rapporti religiosi, culturali e commerciali molto forti con l’India. Il confine che le divide è sempre stato aperto e pacifico, per permettere non soltanto il movimento di merci e persone ma anche il fiorire della civilizzazione umana. Gli indù e i giainisti venerano il monte Kailash e il lago Mansarovar come luoghi di pellegrinaggio. I tibetani considerano l’India la Terra Santa del Buddha, e aspirano a compiere un pellegrinaggio al Bodh Gaya.
Il buddismo è arrivato in Tibet dall’India, e insieme a lui è arrivato molto del linguaggio e della scrittura, che derivano dagli antichi manoscritti locali. Onoriamo i santi e i saggi indiani come Shantaraksita, Padmasambhava, Atisha e tutti quegli altri che sono venuti in Tibet. Gli studiosi e i fedeli di istituzioni rinomate come Nalanda e Vikramasila hanno ispirato molte delle nostre scuole religiose.
Oggi l’India è la nostra seconda casa. La cultura e la religione tibetana sono fiorite nell’atmosfera libera e aperta di questo Paese. L’India ha ospitato il Dalai Lama e moltissimi leader buddisti, che qui hanno aperto e curato diversi monasteri. Il buddismo, la cultura e il modo di vivere dei tibetani hanno trovato nuova vita in India.
Sono convinto che l’India non ha salvato dall’estinzione i tibetani e la loro vita, ma ha anche permesso a tutti noi di ispirarci grazie alle terre sacre del Buddha, permettendoci di portare i suoi insegnamenti dove prima erano sconosciuti. Ora prego che questi insegnamenti e la filosofia della non violenza del Mahatma Gandhi, combinati, possano divenire insieme una fonte di armonia e pace per l’intero mondo.
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martedì 12 agosto 2008
One World, One Dream, Free Tibet
Freedom is Expression - FREE TIBET! from Students for a Free Tibet on Vimeo.
Oggi sette attivisti dell'associazione "Students for a free Tibet" sono stati arrestati dalla polizia cinese mentre manifestavano pacificamente in favore del Tibet. Un giornalista inglese che ha cercato di filmare la scena è stato malmenato e portato via a forza. Ogni giorno qualcuno cerca di sensibilizzare l'opinione pubblica cinese ed internazionale sulla questione tibetana ma viene sistematicamente fermato ed arrestato tra le ingiurie dei cinesi presenti. Ma il nervosismo delle forze dell'ordine è palpabile. Dobbiamo tenere alta l'attenzione soprattutto dopo le Olimpiadi, quando si spegneranno i riflettori del mondo e partirà la normalizzazione dei territori periferici (cioè la brutale repressione). Tashi delek
lunedì 26 maggio 2008
I falò dei tibetani
Pubblico un brano di un bell'articolo di Carlo Buldrini che ho trovato sul sito www.ItaliaTibet.org
I FALO' DEI TIBETANI di Carlo Buldrini
10 Maggio 2008
Giovedì 20 marzo, alle dieci di sera, la Central Chinese Television (Cctv), la televisione di Stato cinese, ha mostrato un filmato sulla rivolta di Lhasa di una settimana prima. Ha detto l’annunciatrice: “Il video mostra le azioni criminali – attacchi fisici alle persone, vandalismi, saccheggi e incendi – istigate dalla cricca del Dalai (Lama) nella capitale della Regione autonoma del Tibet”. Il filmato è durato solo 15 minuti. Vi si vedevano tibetani - laici e qualche monaco - assaltare i negozi dei cinesi: saracinesche divelte, vetrine sfondate. Erano scene già viste in altre parti del mondo. Nel 2005, anche nella New Orleans affogata nelle acque dell’uragano Katrina, i negozi erano stati presi d’assalto e saccheggiati. Ancor prima, nel 1992, quando a Los Angeles i poliziotti che avevano pestato l’uomo di colore Rodney King erano stati assolti, la rabbia dei neri scatenò una guerriglia urbana che portò al saccheggio di tanti negozi. Non molti anni fa scene analoghe si sono viste ad Abidjan, nella Costa d’Avorio, e in tante altre parti del mondo. Ma, con il procedere del filmato della Central Chinese Television, si assisteva a qualcosa di nuovo. Le immagini non mostravano la solita folla eccitata fuggire carica di scatoloni di cose rubate. A Lhasa, la merce dei negozi saccheggiati era prima portata in strada. Poi, dopo averla meticolosamente ammonticchiata sul marciapiede di fronte al negozio, i tibetani la davano alle fiamme. Da 49 anni, dalla fuga del Dalai Lama in India, gli abitanti del Tibet sono senza una guida politica. Per loro, quel dar fuoco alla merce dei negozi cinesi era una precisa presa di posizione politica. Con tutta evidenza non si è trattato di un caso di non violenza gandhiana. Eppure, proprio quelle fiamme, hanno ricordato i falò che il Mahatma Gandhi organizzò in India negli anni Venti, quando vennero bruciati in strada i vestiti prodotti dalle industrie tessili inglesi del Lancashire. Sari, giacche, camicie fatte con tessuti pregiati vennero dati alle fiamme nelle strade di Bombay dagli indiani che chiedevano l’indipendenza.
Chi ha visitato più volte la capitale del Tibet negli ultimi 15 anni ha potuto osservare dappertutto i segni del progresso. Grandi strade perfettamente asfaltate, nuovi quartieri residenziali, edifici pubblici dalle forme avveniristiche, shopping mall pieni di radio, televisori, orologi al quarzo, ventilatori, telefoni cellulari e lavatrici. Il 14 marzo 2008, dando fuoco a quella merce, i tibetani hanno detto che quel tipo di sviluppo a loro non interessa. Perché si tratta di un “progresso” che non permette la libertà spirituale e minaccia di far scomparire per sempre la loro cultura e il loro tradizionale modo di vivere. C’era dunque un’analogia tra i falò di Lhasa e i “bonfires” di Gandhi degli anni Venti. Chi invece si è ispirato esplicitamente all’azione del Mahatma Gandhi sono stati i giovani tibetani della diaspora, con i militanti del Tibetan Youth Congress in testa. Il 10 marzo è partita da Dharamsala, in India, la Marcia del ritorno in Tibet. “A ispirarci è stata la Marcia del sale di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” hanno detto i leader delle cinque ong che hanno dato vita all’iniziativa. La marcia non ha avuto vita facile. Il 13 marzo è stata fermata dalla polizia indiana che ha arrestato tutti i cento marciatori tibetani. Il 15 marzo la marcia è ripartita. I nuovi marciatori erano una cinquantina e tra loro si contavano molti monaci e molte monache. Nuovo stop il 23 marzo. A fermare i marciatori questa volta è stato un “Comitato d’emergenza” costituito dal governo tibetano in esilio per far fronte alla gravissima situazione creatasi in Tibet. Il 18 aprile è iniziata la “terza fase” della marcia. I marciatori sono adesso più di 250. Alla testa del nutrito drappello c’è un’immagine a colori del Mahatma Gandhi. E così come il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale sulla riva del Mare Arabico, lanciò la sfida all’impero britannico, altrettanto vogliono fare i giovani militanti nei confronti della Cina quando cercheranno di entrare nel Paese delle nevi. Molti di questi giovani non hanno mai messo piede nel loro paese. Quando arriveranno al confine tra l’India e il Tibet, molto probabilmente troveranno ad accoglierli i fucili spianati dell’Esercito popolare di liberazione cinese. I tibetani risponderanno con la non violenza.
Il 24 aprile Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress, ha tenuto a Dharamsala una conferenza stampa. Ha smentito una presunta intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata in data 27 marzo. “La non violenza? Non paga. Potremmo usare i kamikaze” aveva titolato il giornale italiano. Nel corso della conferenza stampa Rigzin ha detto di non avere mai pronunciato quelle parole. “Nei suoi 38 anni di vita, il Tibetan Youth Congress si è sempre battuto per l’indipendenza del Tibet. Le nostre armi sono sempre state la verità storica e la lotta non violenta. Mai abbiamo mai fatto ricorso ad azioni terroristiche o ad attacchi suicidi per raggiungere il nostro obiettivo e cioè l’indipendenza del Tibet” ha detto Tsewang Rigzin. E’ infatti solo con la non violenza gandhiana che il Tibet può sperare di essere un giorno liberato. E’ impensabile che i tibetani possano combattere contro l’esercito più numeroso del mondo: sei milioni di tibetani contro un miliardo e 300 milioni di cinesi han, accecati da quell’ideologia nazionalista che la propaganda del regime comunista propina loro a piene mani. Il ricorso alla violenza sarebbe per i tibetani un suicidio. Anche per loro vale quanto Gandhi disse nel villaggio di Dandi al termine della Marcia del sale. Rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, il Mahatma chiese il sostegno del mondo intero per quella che definì “the battle of Right against Might”, la lotta della giustizia contro la forza. La stessa cosa vale anche per i tibetani. La loro vittoria non potrà mai essere militare. O sarà “morale” o non sarà (.....)
Quando, nel dicembre 2007, il Dalai Lama è venuto per dodici giorni in visita in Italia, il presidente del Consiglio Romano Prodi si è rifiutato di riceverlo adducendo niente meno che la “ragion di Stato”. Altrettanto fecero Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. C’è da augurarsi che, nell’affrontare la tragedia tibetana, il nuovo governo italiano assuma un atteggiamento diverso. Un primo piccolo passo in avanti non sarebbe difficile da compiere. Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, il nuovo governo potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. “Negoziato” non “dialogo”. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.
I FALO' DEI TIBETANI di Carlo Buldrini
10 Maggio 2008
Giovedì 20 marzo, alle dieci di sera, la Central Chinese Television (Cctv), la televisione di Stato cinese, ha mostrato un filmato sulla rivolta di Lhasa di una settimana prima. Ha detto l’annunciatrice: “Il video mostra le azioni criminali – attacchi fisici alle persone, vandalismi, saccheggi e incendi – istigate dalla cricca del Dalai (Lama) nella capitale della Regione autonoma del Tibet”. Il filmato è durato solo 15 minuti. Vi si vedevano tibetani - laici e qualche monaco - assaltare i negozi dei cinesi: saracinesche divelte, vetrine sfondate. Erano scene già viste in altre parti del mondo. Nel 2005, anche nella New Orleans affogata nelle acque dell’uragano Katrina, i negozi erano stati presi d’assalto e saccheggiati. Ancor prima, nel 1992, quando a Los Angeles i poliziotti che avevano pestato l’uomo di colore Rodney King erano stati assolti, la rabbia dei neri scatenò una guerriglia urbana che portò al saccheggio di tanti negozi. Non molti anni fa scene analoghe si sono viste ad Abidjan, nella Costa d’Avorio, e in tante altre parti del mondo. Ma, con il procedere del filmato della Central Chinese Television, si assisteva a qualcosa di nuovo. Le immagini non mostravano la solita folla eccitata fuggire carica di scatoloni di cose rubate. A Lhasa, la merce dei negozi saccheggiati era prima portata in strada. Poi, dopo averla meticolosamente ammonticchiata sul marciapiede di fronte al negozio, i tibetani la davano alle fiamme. Da 49 anni, dalla fuga del Dalai Lama in India, gli abitanti del Tibet sono senza una guida politica. Per loro, quel dar fuoco alla merce dei negozi cinesi era una precisa presa di posizione politica. Con tutta evidenza non si è trattato di un caso di non violenza gandhiana. Eppure, proprio quelle fiamme, hanno ricordato i falò che il Mahatma Gandhi organizzò in India negli anni Venti, quando vennero bruciati in strada i vestiti prodotti dalle industrie tessili inglesi del Lancashire. Sari, giacche, camicie fatte con tessuti pregiati vennero dati alle fiamme nelle strade di Bombay dagli indiani che chiedevano l’indipendenza.
Chi ha visitato più volte la capitale del Tibet negli ultimi 15 anni ha potuto osservare dappertutto i segni del progresso. Grandi strade perfettamente asfaltate, nuovi quartieri residenziali, edifici pubblici dalle forme avveniristiche, shopping mall pieni di radio, televisori, orologi al quarzo, ventilatori, telefoni cellulari e lavatrici. Il 14 marzo 2008, dando fuoco a quella merce, i tibetani hanno detto che quel tipo di sviluppo a loro non interessa. Perché si tratta di un “progresso” che non permette la libertà spirituale e minaccia di far scomparire per sempre la loro cultura e il loro tradizionale modo di vivere. C’era dunque un’analogia tra i falò di Lhasa e i “bonfires” di Gandhi degli anni Venti. Chi invece si è ispirato esplicitamente all’azione del Mahatma Gandhi sono stati i giovani tibetani della diaspora, con i militanti del Tibetan Youth Congress in testa. Il 10 marzo è partita da Dharamsala, in India, la Marcia del ritorno in Tibet. “A ispirarci è stata la Marcia del sale di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” hanno detto i leader delle cinque ong che hanno dato vita all’iniziativa. La marcia non ha avuto vita facile. Il 13 marzo è stata fermata dalla polizia indiana che ha arrestato tutti i cento marciatori tibetani. Il 15 marzo la marcia è ripartita. I nuovi marciatori erano una cinquantina e tra loro si contavano molti monaci e molte monache. Nuovo stop il 23 marzo. A fermare i marciatori questa volta è stato un “Comitato d’emergenza” costituito dal governo tibetano in esilio per far fronte alla gravissima situazione creatasi in Tibet. Il 18 aprile è iniziata la “terza fase” della marcia. I marciatori sono adesso più di 250. Alla testa del nutrito drappello c’è un’immagine a colori del Mahatma Gandhi. E così come il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale sulla riva del Mare Arabico, lanciò la sfida all’impero britannico, altrettanto vogliono fare i giovani militanti nei confronti della Cina quando cercheranno di entrare nel Paese delle nevi. Molti di questi giovani non hanno mai messo piede nel loro paese. Quando arriveranno al confine tra l’India e il Tibet, molto probabilmente troveranno ad accoglierli i fucili spianati dell’Esercito popolare di liberazione cinese. I tibetani risponderanno con la non violenza.
Il 24 aprile Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress, ha tenuto a Dharamsala una conferenza stampa. Ha smentito una presunta intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata in data 27 marzo. “La non violenza? Non paga. Potremmo usare i kamikaze” aveva titolato il giornale italiano. Nel corso della conferenza stampa Rigzin ha detto di non avere mai pronunciato quelle parole. “Nei suoi 38 anni di vita, il Tibetan Youth Congress si è sempre battuto per l’indipendenza del Tibet. Le nostre armi sono sempre state la verità storica e la lotta non violenta. Mai abbiamo mai fatto ricorso ad azioni terroristiche o ad attacchi suicidi per raggiungere il nostro obiettivo e cioè l’indipendenza del Tibet” ha detto Tsewang Rigzin. E’ infatti solo con la non violenza gandhiana che il Tibet può sperare di essere un giorno liberato. E’ impensabile che i tibetani possano combattere contro l’esercito più numeroso del mondo: sei milioni di tibetani contro un miliardo e 300 milioni di cinesi han, accecati da quell’ideologia nazionalista che la propaganda del regime comunista propina loro a piene mani. Il ricorso alla violenza sarebbe per i tibetani un suicidio. Anche per loro vale quanto Gandhi disse nel villaggio di Dandi al termine della Marcia del sale. Rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, il Mahatma chiese il sostegno del mondo intero per quella che definì “the battle of Right against Might”, la lotta della giustizia contro la forza. La stessa cosa vale anche per i tibetani. La loro vittoria non potrà mai essere militare. O sarà “morale” o non sarà (.....)
Quando, nel dicembre 2007, il Dalai Lama è venuto per dodici giorni in visita in Italia, il presidente del Consiglio Romano Prodi si è rifiutato di riceverlo adducendo niente meno che la “ragion di Stato”. Altrettanto fecero Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. C’è da augurarsi che, nell’affrontare la tragedia tibetana, il nuovo governo italiano assuma un atteggiamento diverso. Un primo piccolo passo in avanti non sarebbe difficile da compiere. Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, il nuovo governo potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. “Negoziato” non “dialogo”. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.
sabato 3 maggio 2008
Viaggio in Tibet
sabato 19 aprile 2008
Time for Peace in Tibet
Ricevo e pubblico
Dear Fabio,
Nearly everyday a new story of brutality in Tibet surfaces as the Tibetan people of Tibet stand up for their rights. Chinese soldiers and police continue to arrest, interrogate and torture Tibetans, including Buddhist monks and nuns.
We know just last week eight Tibetans were killed in eastern Tibet after police fired into a crowd of several hundreds monks and laypeople protesting the “patriotic education” by the Chinese government as they visit Buddhist monasteries and demand monks to denounce the Dalai Lama. As the reports of arrests, torture, and the deaths of Tibetans grow, we are working tirelessly to put pressure on China to show restraint in their reaction to the protests. And, we need your help! Will you please help us and send a letter to President Bush urging him to put pressure on China? Take Action NOW!
We are asking President Bush to take a stand for the Tibetan people and not attend the opening ceremony of the 2008 Olympics.
For more than 50 years the Tibetans have suffered at the hands of the Chinese government. Today a climate of fear pervades Tibet. As the Tibetans stand up to China, the Chinese authorities have stepped of their campaign demanding the Tibetans denounce the Dalai Lama leading to increased resentment creating a viscous cycle.
It’s time the violence and intimidations tactics stop. The Chinese government must resolve this conflict peacefully and begins a dialogue with the Dalai Lama. Take Action!
Your voice is essential. We must keep the pressure on world leaders and ensure we know the truth inside Tibet. Tourists have been asked to leave. Journalists have been forced out of Tibet leaving China without witnesses to their strong-armed and deadly tactics.
Call for Peace in Tibet. Send your letter to President Bush!
Thank you for your support,
John Ackerly
President International Campaign for Tibet
1825 Jefferson Place, NW, Washington, DC 20036
http://www.savetibet.org/ http://www.dalailamadc.org/ http://www.racefortibet.org/
Dear Fabio,
Nearly everyday a new story of brutality in Tibet surfaces as the Tibetan people of Tibet stand up for their rights. Chinese soldiers and police continue to arrest, interrogate and torture Tibetans, including Buddhist monks and nuns.
We know just last week eight Tibetans were killed in eastern Tibet after police fired into a crowd of several hundreds monks and laypeople protesting the “patriotic education” by the Chinese government as they visit Buddhist monasteries and demand monks to denounce the Dalai Lama. As the reports of arrests, torture, and the deaths of Tibetans grow, we are working tirelessly to put pressure on China to show restraint in their reaction to the protests. And, we need your help! Will you please help us and send a letter to President Bush urging him to put pressure on China? Take Action NOW!
We are asking President Bush to take a stand for the Tibetan people and not attend the opening ceremony of the 2008 Olympics.
For more than 50 years the Tibetans have suffered at the hands of the Chinese government. Today a climate of fear pervades Tibet. As the Tibetans stand up to China, the Chinese authorities have stepped of their campaign demanding the Tibetans denounce the Dalai Lama leading to increased resentment creating a viscous cycle.
It’s time the violence and intimidations tactics stop. The Chinese government must resolve this conflict peacefully and begins a dialogue with the Dalai Lama. Take Action!
Your voice is essential. We must keep the pressure on world leaders and ensure we know the truth inside Tibet. Tourists have been asked to leave. Journalists have been forced out of Tibet leaving China without witnesses to their strong-armed and deadly tactics.
Call for Peace in Tibet. Send your letter to President Bush!
Thank you for your support,
John Ackerly
President International Campaign for Tibet
1825 Jefferson Place, NW, Washington, DC 20036
http://www.savetibet.org/ http://www.dalailamadc.org/ http://www.racefortibet.org/
lunedì 14 aprile 2008
sabato 5 aprile 2008
Appello per il TIBET
Pubblico la mail che ho ricevuto dall'Associazione Italia-Tibet con l'appello da inviare al CONI in vista della riunione fissata per la prossima settimana.
Caro amico, cara amica, tra pochi giorni (dal 7 al 9 aprile) l'Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale si riunirà a Pechino. Saranno presenti i rappresentanti dei Comitati Olimpici di tutte le nazioni presenti ai Giochi del prossimo agosto. Aderendo alla campagna internazionale lanciata in questi giorni da ITSN (coordinamento mondiale di tutti i Tibet Support Group http://actionmetwork.org/campaign/torch_out_of_tibet ), ti invitiamo a copiare e spedire via fax alla dirigenza del CONI l'appello sotto riportato nel quale chiediamo al comitato olimpico ialiano (Coni) di battersi affinché il Tibet sia escluso dal percorso della staffetta olimpica. Ti ringraziamo per la collaborazione,
Associazione Italia-Tibet
Invia al FAX: 06.36857697 (insisti perché saremo in tanti)
<==== Testo da inviare ====>
Al Presidente del CONI
Giovanni Petrucci
Ai membri del CIO
Franco Carraro
Mario Pescante
Ottavio Cinquanta
Manuela di Centa
Francesco Ricci Bitti
Egregio Presidente, egregi Membri del CIO,
sono fortemente preoccupato e sgomento di fronte alla decisione del Comitato Olimpico Internazionale e degli organizzatori dei Giochi di Pechino 2008 di persistere nella scelta di far transitare la fiaccola olimpica attraverso il Tibet malgrado le recenti manifestazioni di protesta e le conseguenti repressioni militari tuttora in corso nell’intero territorio tibetano.
Le ultime notizie riferiscono che, dal 10 marzo 2008, le autorità cinesi hanno arrestato centinaia di tibetani. I morti accertati sono 140. È impensabile che la fiaccola olimpica possa trionfalmente passare attraverso il Tibet in un momento in cui l’intera regione è chiusa e presidiata dall’esercito e la popolazione subisce la più brutale repressione. Inoltre, il passaggio della fiaccola attraverso il Tibet, in questo clima di forte tensione, sarebbe una provocazione destinata a suscitare una nuova ondata di proteste alle quali le autorità cinesi risponderebbero con la forza, innescando una nuova ondata di arresti, torture e perdite di vite umane.
Dal 10 marzo, più di un milione e mezzo di persone si sono mobilitate a sostegno del Tibet. I cittadini di tutto il mondo si aspettano che i Comitati Olimpici delle nazioni che parteciperanno ai Giochi si adoperino affinché, in occasione delle prossime Olimpiadi, i valori sanciti dalla Carta Olimpica non siano irreparabilmente offuscati. In vista dei lavori dell’Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale, che si riunirà a Pechino dal 7 al 9 aprile 2008, invito quindi la dirigenza del CONI e i suoi Membri presso il Comitato Olimpico Internazionale a battersi affinché tutte le aree tibetane, inclusa la Regione Autonoma Tibetana e le aree di etnia tibetana del Quinghai, del Sichuan, dello Yunnan e del Gansu siano escluse dal percorso della staffetta olimpica di Pechino 2008.
Confidando nell’accoglimento della nostra richiesta, formulo i migliori auguri di buon lavoro,
Firma
data
By Associazione Italia Tibet http://www.italiatibet.org/
Caro amico, cara amica, tra pochi giorni (dal 7 al 9 aprile) l'Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale si riunirà a Pechino. Saranno presenti i rappresentanti dei Comitati Olimpici di tutte le nazioni presenti ai Giochi del prossimo agosto. Aderendo alla campagna internazionale lanciata in questi giorni da ITSN (coordinamento mondiale di tutti i Tibet Support Group http://actionmetwork.org/campaign/torch_out_of_tibet ), ti invitiamo a copiare e spedire via fax alla dirigenza del CONI l'appello sotto riportato nel quale chiediamo al comitato olimpico ialiano (Coni) di battersi affinché il Tibet sia escluso dal percorso della staffetta olimpica. Ti ringraziamo per la collaborazione,
Associazione Italia-Tibet
Invia al FAX: 06.36857697 (insisti perché saremo in tanti)
<==== Testo da inviare ====>
Al Presidente del CONI
Giovanni Petrucci
Ai membri del CIO
Franco Carraro
Mario Pescante
Ottavio Cinquanta
Manuela di Centa
Francesco Ricci Bitti
Egregio Presidente, egregi Membri del CIO,
sono fortemente preoccupato e sgomento di fronte alla decisione del Comitato Olimpico Internazionale e degli organizzatori dei Giochi di Pechino 2008 di persistere nella scelta di far transitare la fiaccola olimpica attraverso il Tibet malgrado le recenti manifestazioni di protesta e le conseguenti repressioni militari tuttora in corso nell’intero territorio tibetano.
Le ultime notizie riferiscono che, dal 10 marzo 2008, le autorità cinesi hanno arrestato centinaia di tibetani. I morti accertati sono 140. È impensabile che la fiaccola olimpica possa trionfalmente passare attraverso il Tibet in un momento in cui l’intera regione è chiusa e presidiata dall’esercito e la popolazione subisce la più brutale repressione. Inoltre, il passaggio della fiaccola attraverso il Tibet, in questo clima di forte tensione, sarebbe una provocazione destinata a suscitare una nuova ondata di proteste alle quali le autorità cinesi risponderebbero con la forza, innescando una nuova ondata di arresti, torture e perdite di vite umane.
Dal 10 marzo, più di un milione e mezzo di persone si sono mobilitate a sostegno del Tibet. I cittadini di tutto il mondo si aspettano che i Comitati Olimpici delle nazioni che parteciperanno ai Giochi si adoperino affinché, in occasione delle prossime Olimpiadi, i valori sanciti dalla Carta Olimpica non siano irreparabilmente offuscati. In vista dei lavori dell’Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale, che si riunirà a Pechino dal 7 al 9 aprile 2008, invito quindi la dirigenza del CONI e i suoi Membri presso il Comitato Olimpico Internazionale a battersi affinché tutte le aree tibetane, inclusa la Regione Autonoma Tibetana e le aree di etnia tibetana del Quinghai, del Sichuan, dello Yunnan e del Gansu siano escluse dal percorso della staffetta olimpica di Pechino 2008.
Confidando nell’accoglimento della nostra richiesta, formulo i migliori auguri di buon lavoro,
Firma
data
By Associazione Italia Tibet http://www.italiatibet.org/
giovedì 3 aprile 2008
Free Tibet
Dal sito di Beppe Grillo parte un appello per il Tibet. Già inviate 68000 mail!!
Tibet libero Se gli Stati Uniti avessero invaso il Messico. Se la Francia avesse occupato l'Algeria. Se l'Australia avesse dichiarato guerra alla Papua Nuova Guinea. Se il Giappone avesse annesso la Manciuria. Se l'Italia tornasse di nuovo in Libia con le cannoniere.Se tutto questo fosse successo nell'anno delle Olimpiadi negli Stati Uniti, in Francia, in Australia, in Giappone, in Italia. Le Olimpiadi si sarebbero tenute lo stesso in questi Paesi? In nome di cosa? Del WTO? Della globalizzazione? Del consumismo?
Il Governo italiano ha calato i pantaloni alla marinara di D'Alema (nessuno pensava che avrebbe fatto diversamente).
L'umanità ha un debito enorme nei confronti del Tibet, della sua cultura, dei suoi abitanti. Lo ha lasciato solo per quasi sessant'anni in nome della realpolitik. Un comportamento semplice da capire. Se sei grosso puoi invadere, distruggere, sterminare. Se sei piccolo e hai il petrolio, allora sono c...i tuoi. Cecenia docet. Iraq ridocet.
Il blog lancia oggi una petizione al segretario dell'Onu per un Tibet libero.
Inviate il messaggio:
"Free Tibet. Stop to the China Olympic Games"
al segretario delle Nazioni Unite e diffondete l'iniziativa.
La ruota del samsara vi premierà.
Tibet libero Se gli Stati Uniti avessero invaso il Messico. Se la Francia avesse occupato l'Algeria. Se l'Australia avesse dichiarato guerra alla Papua Nuova Guinea. Se il Giappone avesse annesso la Manciuria. Se l'Italia tornasse di nuovo in Libia con le cannoniere.Se tutto questo fosse successo nell'anno delle Olimpiadi negli Stati Uniti, in Francia, in Australia, in Giappone, in Italia. Le Olimpiadi si sarebbero tenute lo stesso in questi Paesi? In nome di cosa? Del WTO? Della globalizzazione? Del consumismo?
Il Governo italiano ha calato i pantaloni alla marinara di D'Alema (nessuno pensava che avrebbe fatto diversamente).
L'umanità ha un debito enorme nei confronti del Tibet, della sua cultura, dei suoi abitanti. Lo ha lasciato solo per quasi sessant'anni in nome della realpolitik. Un comportamento semplice da capire. Se sei grosso puoi invadere, distruggere, sterminare. Se sei piccolo e hai il petrolio, allora sono c...i tuoi. Cecenia docet. Iraq ridocet.
Il blog lancia oggi una petizione al segretario dell'Onu per un Tibet libero.
Inviate il messaggio:
"Free Tibet. Stop to the China Olympic Games"
al segretario delle Nazioni Unite e diffondete l'iniziativa.
La ruota del samsara vi premierà.
sabato 29 marzo 2008
"Rieducare i dissidenti". Possiamo ancora accettare simili parole nel 2008?
Riporto un pezzo tratto dal blog di Federico Rampini su Repubblica.it.
Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un’odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. E’ il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture. Generazioni di monaci sono passate attraverso queste sofferenze, molti ne sono morti, senza che la Repubblica popolare riuscisse a piegare la resistenza del popolo tibetano. Ma Pechino insiste con i metodi di sempre. Lo ha rivelato il professor Dramdul del Centro di ricerca tibetologica, un pensatoio di regime che si occupa “scientificamente” della questione tibetana per conto del partito comunista. “Rilanciare l’educazione patriottica è necessario – ha detto l’esponente del regime – perché la cricca del Dalai Lama ha manovrato per sabotare lo sviluppo del Tibet e il buddismo tibetano. L’educazione dei monaci serve a contrastare l’influenza di piccoli gruppi secessionisti che tramano dall’estero”. La nuova ondata di deportazioni dei monaci nei laogai viene annunciata insieme con un aggiornamento del bollettino di guerra nelle operazioni contro i ribelli tibetani. Secondo le cifre ufficiali fornite dal governo cinese salgono a 660 i rivoltosi che si sarebbero “arresi alle autorità”, e che saranno giudicati per le violenze avvenute durante la più grande rivolta tibetana degli ultimi vent’anni. Il bilancio delle vittime è stato aggiornato a 19 morti da parte cinese, mentre il governo tibetano in esilio parla di 140 uccisi dalle forze dell’ordine. La polizia a Lhasa ha anche diffuso una nuova lista di 53 “super-ricercati” sui quali è stata posta una taglia. E’ arrivato a Lhasa un gruppo di 26 giornalisti stranieri selezionati dal governo di Pechino, scortati e sorvegliati da funzionari del ministero degli Esteri. E’ la prima volta che dei reporter stranieri vengono ammessi in Tibet dopo l’esplosione dei disordini del 14 marzo. Un cronista dell’Associated Press ha descritto le condizioni particolari in cui si è svolto il loro arrivo e la visita collettiva. “L’autobus dall’aeroporto a Lhasa andava volutamente lentissimo nonostante le nostre proteste. Abbiamo passato tre posti di blocco. Un ufficiale ha spiegato che stavano fermando gli automobilisti solo per controllare eccessi di velocità, infrazioni al codice della strada o il mancato uso della cintura di sicurezza. Davanti agli edifici pubblici abbiamo visto polizia militare in tuta mimetica e con armi automatiche puntate, in stato di massima allerta. Ci hanno portati in visita a una clinica bruciata durante le proteste. La sera i nostri accompagnatori ci hanno sconsigliato di uscire dall’albergo e ci hanno chiesto di informarli su ogni nostro movimento”. Il ministero degli Esteri ha rifiutato di rispondere alle nostre domande sui criteri con cui sono stati selezionati i giornalisti stranieri per la visita “guidata” a Lhasa. Il Foreign Correspondents’ Club of China, l’associazione della stampa estera, ha denunciato questa “visita breve e sotto massima sorveglianza” come un tradimento degli impegni formali presi da Pechino quando si candidò a ospitare le Olimpiadi. L’associazione ha elencato “più di 40 violazioni degli impegni sulla libertà di circolazione”, ha denunciato “varie forme di intimidazione dei giornalisti”, ha chiesto al governo cinese di “permettere a tutti gli altri giornalisti stranieri di viaggiare in Tibet senza interferenze”. I diplomatici non sono trattati meglio di noi. L’Australia, il cui governo laburista ha ottime relazioni con la Repubblica popolare, ha presentato una richiesta formale perché un gruppo di diplomatici stranieri possano andare in Tibet come osservatori indipendenti. La richiesta è stata respinta da Pechino con la giustificazione che il governo cinese non vuole mettere a repentaglio “la sicurezza degli stranieri”.
Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un’odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. E’ il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture. Generazioni di monaci sono passate attraverso queste sofferenze, molti ne sono morti, senza che la Repubblica popolare riuscisse a piegare la resistenza del popolo tibetano. Ma Pechino insiste con i metodi di sempre. Lo ha rivelato il professor Dramdul del Centro di ricerca tibetologica, un pensatoio di regime che si occupa “scientificamente” della questione tibetana per conto del partito comunista. “Rilanciare l’educazione patriottica è necessario – ha detto l’esponente del regime – perché la cricca del Dalai Lama ha manovrato per sabotare lo sviluppo del Tibet e il buddismo tibetano. L’educazione dei monaci serve a contrastare l’influenza di piccoli gruppi secessionisti che tramano dall’estero”. La nuova ondata di deportazioni dei monaci nei laogai viene annunciata insieme con un aggiornamento del bollettino di guerra nelle operazioni contro i ribelli tibetani. Secondo le cifre ufficiali fornite dal governo cinese salgono a 660 i rivoltosi che si sarebbero “arresi alle autorità”, e che saranno giudicati per le violenze avvenute durante la più grande rivolta tibetana degli ultimi vent’anni. Il bilancio delle vittime è stato aggiornato a 19 morti da parte cinese, mentre il governo tibetano in esilio parla di 140 uccisi dalle forze dell’ordine. La polizia a Lhasa ha anche diffuso una nuova lista di 53 “super-ricercati” sui quali è stata posta una taglia. E’ arrivato a Lhasa un gruppo di 26 giornalisti stranieri selezionati dal governo di Pechino, scortati e sorvegliati da funzionari del ministero degli Esteri. E’ la prima volta che dei reporter stranieri vengono ammessi in Tibet dopo l’esplosione dei disordini del 14 marzo. Un cronista dell’Associated Press ha descritto le condizioni particolari in cui si è svolto il loro arrivo e la visita collettiva. “L’autobus dall’aeroporto a Lhasa andava volutamente lentissimo nonostante le nostre proteste. Abbiamo passato tre posti di blocco. Un ufficiale ha spiegato che stavano fermando gli automobilisti solo per controllare eccessi di velocità, infrazioni al codice della strada o il mancato uso della cintura di sicurezza. Davanti agli edifici pubblici abbiamo visto polizia militare in tuta mimetica e con armi automatiche puntate, in stato di massima allerta. Ci hanno portati in visita a una clinica bruciata durante le proteste. La sera i nostri accompagnatori ci hanno sconsigliato di uscire dall’albergo e ci hanno chiesto di informarli su ogni nostro movimento”. Il ministero degli Esteri ha rifiutato di rispondere alle nostre domande sui criteri con cui sono stati selezionati i giornalisti stranieri per la visita “guidata” a Lhasa. Il Foreign Correspondents’ Club of China, l’associazione della stampa estera, ha denunciato questa “visita breve e sotto massima sorveglianza” come un tradimento degli impegni formali presi da Pechino quando si candidò a ospitare le Olimpiadi. L’associazione ha elencato “più di 40 violazioni degli impegni sulla libertà di circolazione”, ha denunciato “varie forme di intimidazione dei giornalisti”, ha chiesto al governo cinese di “permettere a tutti gli altri giornalisti stranieri di viaggiare in Tibet senza interferenze”. I diplomatici non sono trattati meglio di noi. L’Australia, il cui governo laburista ha ottime relazioni con la Repubblica popolare, ha presentato una richiesta formale perché un gruppo di diplomatici stranieri possano andare in Tibet come osservatori indipendenti. La richiesta è stata respinta da Pechino con la giustificazione che il governo cinese non vuole mettere a repentaglio “la sicurezza degli stranieri”.
lunedì 17 marzo 2008
Here are some of the larger sites run by Tibet support organizations, as well as good sources of information on Tibet in general.
TibetNet - Tibetan Government-in-Exile Multi-Lingual Site in Dharamsala
Tibetan Government-in-Exile site in London (www.tibet.com)
Tibetan Children's Village
International Campaign for Tibet (ICT)
International Tibet Support Network
Students for a Free Tibet
Tibetan and Himalayan Digital Library
Tibet Justice Center (formerly International Committee of Lawyers for Tibet)
Tibetan Centre for Human Rights and Democracy
Independent Tibet Network
International Tibet Independence Movement
Tibetan Community Switzerland and Liechtenstein
Tibet Initiative Deutschland e.V.
Phayul.com - News on Tibet by Tibetans
Hear Tibet! Campaign for Tibetan Self-Determination
The Committee of 100 for Tibet
Tibet Fund
Swiss-Tibetan Friendship Association
Worldbridges Tibet
Tibet Information Network (TIN)
Canada Tibet Committee
Free Tibet Campaign
Kotan Publishing "Tibetan Cultural Region Web Directory"
World Wide Web Virtual Library: Tibetan Studies
PeaceJam, with Nobel Peace Laureate His Holiness the Dalai Lama
Tibet Support Groups in Italy
All-Party Parliamentary Group For Tibet - Italy
Altrimondi Tibet
Amici del Tibet - Friends of Tibet-Italy
Associazione Italia-Tibet
Associazione Villaggio Terra
Ewam Centre, Florence
La Casa del Tibet - Italy
Gruppo Sostegno Famiglie Profughi Tibetani
Yeshe Norbu Appello per il Tibet
TibetNet - Tibetan Government-in-Exile Multi-Lingual Site in Dharamsala
Tibetan Government-in-Exile site in London (www.tibet.com)
Tibetan Children's Village
International Campaign for Tibet (ICT)
International Tibet Support Network
Students for a Free Tibet
Tibetan and Himalayan Digital Library
Tibet Justice Center (formerly International Committee of Lawyers for Tibet)
Tibetan Centre for Human Rights and Democracy
Independent Tibet Network
International Tibet Independence Movement
Tibetan Community Switzerland and Liechtenstein
Tibet Initiative Deutschland e.V.
Phayul.com - News on Tibet by Tibetans
Hear Tibet! Campaign for Tibetan Self-Determination
The Committee of 100 for Tibet
Tibet Fund
Swiss-Tibetan Friendship Association
Worldbridges Tibet
Tibet Information Network (TIN)
Canada Tibet Committee
Free Tibet Campaign
Kotan Publishing "Tibetan Cultural Region Web Directory"
World Wide Web Virtual Library: Tibetan Studies
PeaceJam, with Nobel Peace Laureate His Holiness the Dalai Lama
Tibet Support Groups in Italy
All-Party Parliamentary Group For Tibet - Italy
Altrimondi Tibet
Amici del Tibet - Friends of Tibet-Italy
Associazione Italia-Tibet
Associazione Villaggio Terra
Ewam Centre, Florence
La Casa del Tibet - Italy
Gruppo Sostegno Famiglie Profughi Tibetani
Yeshe Norbu Appello per il Tibet
domenica 16 marzo 2008
Free Tibet
Aggiungo due cose.
1) Sono schifato ancora una volta da questo papa che preferisce fare affari (di anime) con la cina e non nominare nemmeno il genocidio tibetano.
2) ho aderito alla petizione di Reporters sans Frontieres. Fallo anche tu a questo link

sabato 15 marzo 2008
FERMIAMO LA CINA
Era da qualche giorno che provavo una certa inquietudine nel vedere le notizie che giungevano dal Tibet. Oggi mi si è stretto il cuore. La repressione cinese è scoppiata violentissima e già si parla di morti ed arresti. I luoghi visitati la scorsa estate, il sacro Jokhang, sono immortalati tra le fiamme delle macchine rovesciate. Le voci parlano di 2 morti, dei monasteri di Sera, Drepung e Ganden assediati. I monaci, quei monaci, picchiati. Il popolo tibetano, ed i buddisti in generale, sono considerati da tutti il simbolo del pacifismo. Il Dalai Lama (oceano di saggezza in tibetano) è stato insignito del Nobel per la Pace. Le immagini che ho davanti agli occhi sono di persone serene, tranquille, sempre pronte a sorridere, curiose della nostra presenza. Persone indifese, semplici, povere. Intorno a loro tanti militari e poliziotti cinesi. Avevamo notato la presenza di grandi caserme intorno ai principali monasteri ed avevamo intuito a cosa servivano. "A difendere i monaci" ci aveva detto la nostra guida tibetana. Ed aveva sorriso come sempre. Forse per l'imbarazzo di dover raccontare simili bugie. In Asia fanno così. Ho l'immagine dell'improvviso trambusto una sera lungo il Barkhor provocato da un gruppetto di tibetani che avevano creato un piccolo assembramento. La polizia si era subito mobilitata correndo e sgommando con le auto. Davanti al Jokhang. Per i tibetani è vietato riunirsi. E' vietato parlare del Dalai Lama ed avere sue immagini. E' vietato parlare del vero Panchen Lama, il più giovane prigioniero politico del mondo. Non possono ricevere stranieri in casa. Quando uscivamo da Lhasa la polizia ai check-point ci dava dei foglietti con il tempo di percorrenza sino al controllo successivo. "Per controllare la velocità" ci ha detto la guida con il solito sorriso. Questo era il Tibet "pacificato" dell'agosto scorso, saldamente sotto il controllo cinese! Ed ora come sarà? Tra le persone picchiate ed uccise ci sono anche queste? Dove sarà finito il sorriso di quei monaci, la dolcezza e la mitezza dei loro sguardi? Perchè dobbiamo assistere al genocidio di un popolo, di una cultura antichissima e piena di saggezza e fascino senza fare niente se non commuoverci e piangere lacrime di coccodrillo? Sabbiamo benissimo cosa sta succedendo e di chi è la colpa. E allora diamoci da fare. FERMIAMO LA CINA! Affermiamo il diritto del popolo tibetano a vivere nella propria terra secondo le proprie tradizioni e seguendo le convinzioni religiose, etiche e culturali che le sono proprie. Il diritto di scegliersi le proprie guide spirituali, di far tornare in patria il Dalai Lama. La libertà di espressione. Cose elementari in una democrazia ma non in Cina. BASTA. Diciamo basta alla Cina ed alle continue violazioni dei diritti umani. Fermiamo la violenza. Fermiamo la Cina.
link interessanti:
BBC news: speciale Tibet
Repubblica: intervista al Dalai Lama
Associazione Italia-Tibet
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BBC news: speciale Tibet
Repubblica: intervista al Dalai Lama
Associazione Italia-Tibet
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