giovedì 20 novembre 2008
Raccontare il Tibet
Il raccontare il viaggio con le foto ed i racconti (pubblicati su ci sono stato.it e su Turisti per caso.it) non è per esibizionismo, non è nel mio stile. Quella che abbiamo vissuto è stata un'esperienza profonda. Condividere tutto questo è un modo per rivivere certe sensazioni, riempirsi gli occhi e le narici, sentire. E' un modo per ricordarsi quello che ci siamo detti, per ascoltare se stessi. Il Tibet è il nostro specchio. Noi siamo quello che vogliamo essere.
mercoledì 1 ottobre 2008
martedì 2 settembre 2008
Viaggiare in Tibet
L'associazione Italia-Tibet pubblica sul suo sito utili informazioni e notizia per chi volesse intraprendere un viaggio in Tibet. Alcuni di questi consigli ci sono stati molto utili l'anno scorso soprattuto nell'organizzazione del viaggio. Diffidate delle agenzie tuttologhe, quelle che vi propongono una settimana in Tibet ed una alle Maldive "per riprendersi dal viaggio". Casomai dovrebbe essere il contrario!!! E' importante essere consapevoli ed affidarsi a chi queste regioni le conosce bene (puoi consultare l'elenco di link in basso a sinistra). Ecco alcuni dei suggerimenti ripresi dal sito www.italiatibet.org
Entrare in Tibet
Per entrare nella “Regione Autonoma Tibetana”, in aggiunta al normale visto d’ingresso in Cina è richiesto uno speciale permesso che, finora, non è concesso a chi intende compiere un viaggio individuale. Per accedere alle altre aree abitate da popolazioni di etnia e cultura tibetana, cioè alle regioni che costituivano il Tibet storico ma che oggi si trovano al di fuori della Regione Autonoma, è sufficiente invece possedere il normale visto d’ingresso in Cina. È importante ricordare che il territorio della Regione Autonoma è strettamente controllato e governato da severi regolamenti che possono cambiare senza preavviso. In occasioni particolari i permessi d’ingresso o l’estensione dei visti possono non essere concessi. Alcune aree possono essere improvvisamente chiuse al turismo anche a causa di attività politiche locali. E’ quindi importante che il viaggiatore, soprattutto se non in gruppo, si informi prima e durante il viaggio della situazione esistente nelle zone che intende visitare e dei regolamenti in esse applicati.
Il problema delle guide turistiche
Viaggiare con una guida locale è il modo migliore per vedere il paese anche se le guide turistiche tibetane sono guardate con sospetto dalle autorità e tenute sotto stretta sorveglianza. E’ loro proibito parlare con gli stranieri di argomenti politici o inerenti al nazionalismo. Sono tenute ad esprimersi secondo i dettami della propaganda di stato, pena la perdita del posto di lavoro. In presenza della vostra guida o del vostro autista evitate quindi di parlare di politica o di argomenti potenzialmente pericolosi, anche se i vostri accompagnatori non sono direttamente coinvolti nel discorso: alla fine di ogni viaggio sono sottoposti a interrogatori e, per la loro sicurezza, è meglio che non conoscano il contenuto di certe discussioni. Vi potrete comunque imbattere in guide tibetane desiderose di affrontare con voi questi argomenti e di rispondere in modo approfondito alle vostre domande. Siate sempre molto cauti perché queste conversazioni rappresentano un pericolo. Fate attenzione a dove vi trovate e alle persone che si trovano nelle vicinanze. La rete di sicurezza cinese è capillare, con telecamere, polizia in borghese e agenti che pattugliano i principali luoghi di attrazione turistica. A partire dal 2003 le autorità governative, adducendo come pretesto la migliore conoscenza delle lingue straniere, hanno iniziato a sostituire le guide tibetane e, ove possibile, anche gli autisti, con personale cinese. Nel giro di un anno, più di centocinquanta guide tibetane hanno perduto il posto di lavoro in quanto sospettate di coinvolgimento in attività politiche. Quando programmate le vostre escursioni, insistete per avere guida e autista tibetani. La costante richiesta di personale tibetano contribuirà a far desistere i cinesi dai licenziamenti. Le vostre richieste siano cortesi ma decise e, se possibile, rivolte ai massimi livelli gerarchici.
Alcuni suggerimenti pratici
Evita di:
- Viaggiare con un gruppo numeroso e organizzato
- Alloggiare in hotel di proprietà cinese
- Usare guide e operatori turistici cinesi
- Comprare antichità
- Comprare prodotti fatti con animali selvatici, specialmente lo “shatoosh”, la lana dell'antilope tibetana
- Frequentare ristoranti e fare acquisti in negozi cinesi
- Lasciare offerte in punti prestabiliti all’interno degli istituti religiosi: vi sono buone probabilità che il denaro finisca nelle tasche delle autorità cinesi
Cerca di:
- Viaggiare individualmente o in piccoli gruppi
- Lasciare le donazioni sugli altari o consegnale direttamente ai monaci o alle monache
- Fare donazioni ai pellegrini provenienti dalle province tibetane
- Cercare di utilizzare guide tibetane ben informate o staff di operatori turistici tibetani
- Presta attenzione all'ambiente quando fai trekking e non inoltrarti in aree remote
- Considera attentamente le implicazioni negative che potrebbero derivare dal parlare o regalare oggetti ai tibetani, incluse fotografie del Dalai Lama.
- Non chiedere informazioni circa la situazione dei diritti umani
- Prima di partire informati sulla situazione esistente all’interno del paese.
Viaggiare in Tibet
All’interno della Regione Autonoma Tibetana (TAR)
Entrare e viaggiare all’interno della Regione Autonoma Tibetana (l’area che i cinesi definiscono “Tibet”) è costoso e le restrizioni sono numerose. Muoversi al di fuori di una zona limitata attorno a Lhasa richiede permessi speciali (a volte fino a quattro diversi permessi!) e l’obbligo di muoversi in gruppi organizzati, a bordo di una jeep, con guida e autista. Per quanto riguarda l’alloggio, la maggior parte dei viaggiatori che si recano a Lhasa soggiornano nell'area del Barkhor. Gli hotel più popolari sono lo Yak, lo Snowlands, il Banak Shol e il Kirey Hotels, ognuno dei quali è parzialmente o totalmente di proprietà tibetana. È importante alloggiare in hotel tibetani. Incoraggiando le attività commerciali della popolazione autoctona si garantisce un beneficio economico ai tibetani e si mantiene almeno qualche controllo sull'industria del turismo. Cercate di non alloggiare in hotel costosi: in genere sono tutti cinesi.
Al di fuori della Regione Autonoma
La maggior parte dei territori tradizionali delle Regioni tibetane (Kham e Amdo) sono state incorporate nelle province del Quinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. Quasi tutte queste zone sono aperte al turismo straniero e per accedervi è sufficiente un normale visto per la Cina. Le aree considerate “sensibili” son temporaneamente o permanentemente chiuse agli stranieri sia all’esterno che all’interno della TAR. Nelle zone aperte al turismo, è possibile usufruire dei normali mezzi di trasporto pubblico o noleggiare un veicolo. Per quanto riguarda l’alloggio, vigono regolamenti diversi a seconda delle località: in alcuni luoghi gli stranieri possono alloggiare in un solo albergo, in altri è consentito abitare presso le famiglie tibetane. Tenete presente, tuttavia, che i visitatori ospitati in famiglia sono tenuti sotto sorveglianza.
Religione e costumi
I tibetani apprezzeranno i turisti che rispettano alcuni dei loro costumi come, per esempio, il camminare in senso orario intorno ai templi Buddisti, ai monasteri e ai siti religiosi. Fumare e vestirsi non appropriatamente nei luoghi sacri (indossando pantaloncini o dimenticando di togliere i cappelli), è considerata una mancanza di rispetto. Le donazioni ai luoghi di culto (come molti tibetani fanno) vanno lasciate sull'altare o date direttamente ad un religioso. Questo assicura che la donazione rimanga nel tempio. Spesso, a Lhasa o in prossimità di centri religiosi, i turisti incontrano mendicanti. Solitamente sono pellegrini provenienti dal Tibet rurale. Dare loro una piccola donazione significa aiutarli a raggiungere la loro destinazione e assicurerà un merito al donatore. Se fai delle offerte, il loro ammontare non sia eccessivo: potresti dare l’impressione di avere qualche fine recondito. I tibetani chiederanno spesso ai turisti fotografie del Dalai Lama. Dal 1996, possedere queste fotografie è diventato un reato ed è importante ricordare che il distribuirle potrebbe attirare l'attenzione delle forze di sicurezza non solo sulla tua persona, ma soprattutto su chi le riceve.
Mal di montagna (altitudine)
Da qualunque parte entriate in Tibet, i primi giorni sarete probabilmente soggetti agli effetti dell'altitudine e vi suggeriamo di concedervi il tempo necessario ad acclimatarvi. I sintomi del mal di montagna sono emicrania, nausea e mancanza di appetito. Se persistono o peggiorano è importante agire velocemente, in quanto questi disturbi potrebbero essere fatali. Un’accentuata mancanza di respiro, un alone azzurrognolo intorno alla bocca, violente emicranie e nausee, confusione e ritenzione idrica sono sintomi di un grave malessere da altitudine. L'unico rimedio è scendere immediatamente a un'altitudine inferiore. Esistono alcuni piccoli centri di cure mediche fuori Lhasa e alcuni alberghi sono forniti di erogatori d’ossigeno. Prima di partire per il Tibet, è bene che vi informiate sul mal di montagna e come curarlo. Notizie utili sono in genere contenute in tutte le migliori guide turistiche.
Un'ultima raccomandazione
Ricordiamo ancora di fare estremamente attenzione al pericolo che può derivare dal parlare con un tibetano della situazione politica. Il turista rischia di essere interrogato per un paio di giorni e, al massimo, essere espulso. Ogni tibetano trovato a ricevere o distribuire materiale politico può subire invece una lunga pena detentiva e possibili torture. Non è il caso di diventare paranoici, ma siate responsabili ed estremamente attenti.
Entrare in Tibet
Per entrare nella “Regione Autonoma Tibetana”, in aggiunta al normale visto d’ingresso in Cina è richiesto uno speciale permesso che, finora, non è concesso a chi intende compiere un viaggio individuale. Per accedere alle altre aree abitate da popolazioni di etnia e cultura tibetana, cioè alle regioni che costituivano il Tibet storico ma che oggi si trovano al di fuori della Regione Autonoma, è sufficiente invece possedere il normale visto d’ingresso in Cina. È importante ricordare che il territorio della Regione Autonoma è strettamente controllato e governato da severi regolamenti che possono cambiare senza preavviso. In occasioni particolari i permessi d’ingresso o l’estensione dei visti possono non essere concessi. Alcune aree possono essere improvvisamente chiuse al turismo anche a causa di attività politiche locali. E’ quindi importante che il viaggiatore, soprattutto se non in gruppo, si informi prima e durante il viaggio della situazione esistente nelle zone che intende visitare e dei regolamenti in esse applicati.
Il problema delle guide turistiche
Viaggiare con una guida locale è il modo migliore per vedere il paese anche se le guide turistiche tibetane sono guardate con sospetto dalle autorità e tenute sotto stretta sorveglianza. E’ loro proibito parlare con gli stranieri di argomenti politici o inerenti al nazionalismo. Sono tenute ad esprimersi secondo i dettami della propaganda di stato, pena la perdita del posto di lavoro. In presenza della vostra guida o del vostro autista evitate quindi di parlare di politica o di argomenti potenzialmente pericolosi, anche se i vostri accompagnatori non sono direttamente coinvolti nel discorso: alla fine di ogni viaggio sono sottoposti a interrogatori e, per la loro sicurezza, è meglio che non conoscano il contenuto di certe discussioni. Vi potrete comunque imbattere in guide tibetane desiderose di affrontare con voi questi argomenti e di rispondere in modo approfondito alle vostre domande. Siate sempre molto cauti perché queste conversazioni rappresentano un pericolo. Fate attenzione a dove vi trovate e alle persone che si trovano nelle vicinanze. La rete di sicurezza cinese è capillare, con telecamere, polizia in borghese e agenti che pattugliano i principali luoghi di attrazione turistica. A partire dal 2003 le autorità governative, adducendo come pretesto la migliore conoscenza delle lingue straniere, hanno iniziato a sostituire le guide tibetane e, ove possibile, anche gli autisti, con personale cinese. Nel giro di un anno, più di centocinquanta guide tibetane hanno perduto il posto di lavoro in quanto sospettate di coinvolgimento in attività politiche. Quando programmate le vostre escursioni, insistete per avere guida e autista tibetani. La costante richiesta di personale tibetano contribuirà a far desistere i cinesi dai licenziamenti. Le vostre richieste siano cortesi ma decise e, se possibile, rivolte ai massimi livelli gerarchici.
Alcuni suggerimenti pratici
Evita di:
- Viaggiare con un gruppo numeroso e organizzato
- Alloggiare in hotel di proprietà cinese
- Usare guide e operatori turistici cinesi
- Comprare antichità
- Comprare prodotti fatti con animali selvatici, specialmente lo “shatoosh”, la lana dell'antilope tibetana
- Frequentare ristoranti e fare acquisti in negozi cinesi
- Lasciare offerte in punti prestabiliti all’interno degli istituti religiosi: vi sono buone probabilità che il denaro finisca nelle tasche delle autorità cinesi
Cerca di:
- Viaggiare individualmente o in piccoli gruppi
- Lasciare le donazioni sugli altari o consegnale direttamente ai monaci o alle monache
- Fare donazioni ai pellegrini provenienti dalle province tibetane
- Cercare di utilizzare guide tibetane ben informate o staff di operatori turistici tibetani
- Presta attenzione all'ambiente quando fai trekking e non inoltrarti in aree remote
- Considera attentamente le implicazioni negative che potrebbero derivare dal parlare o regalare oggetti ai tibetani, incluse fotografie del Dalai Lama.
- Non chiedere informazioni circa la situazione dei diritti umani
- Prima di partire informati sulla situazione esistente all’interno del paese.
Viaggiare in Tibet
All’interno della Regione Autonoma Tibetana (TAR)
Entrare e viaggiare all’interno della Regione Autonoma Tibetana (l’area che i cinesi definiscono “Tibet”) è costoso e le restrizioni sono numerose. Muoversi al di fuori di una zona limitata attorno a Lhasa richiede permessi speciali (a volte fino a quattro diversi permessi!) e l’obbligo di muoversi in gruppi organizzati, a bordo di una jeep, con guida e autista. Per quanto riguarda l’alloggio, la maggior parte dei viaggiatori che si recano a Lhasa soggiornano nell'area del Barkhor. Gli hotel più popolari sono lo Yak, lo Snowlands, il Banak Shol e il Kirey Hotels, ognuno dei quali è parzialmente o totalmente di proprietà tibetana. È importante alloggiare in hotel tibetani. Incoraggiando le attività commerciali della popolazione autoctona si garantisce un beneficio economico ai tibetani e si mantiene almeno qualche controllo sull'industria del turismo. Cercate di non alloggiare in hotel costosi: in genere sono tutti cinesi.
Al di fuori della Regione Autonoma
La maggior parte dei territori tradizionali delle Regioni tibetane (Kham e Amdo) sono state incorporate nelle province del Quinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. Quasi tutte queste zone sono aperte al turismo straniero e per accedervi è sufficiente un normale visto per la Cina. Le aree considerate “sensibili” son temporaneamente o permanentemente chiuse agli stranieri sia all’esterno che all’interno della TAR. Nelle zone aperte al turismo, è possibile usufruire dei normali mezzi di trasporto pubblico o noleggiare un veicolo. Per quanto riguarda l’alloggio, vigono regolamenti diversi a seconda delle località: in alcuni luoghi gli stranieri possono alloggiare in un solo albergo, in altri è consentito abitare presso le famiglie tibetane. Tenete presente, tuttavia, che i visitatori ospitati in famiglia sono tenuti sotto sorveglianza.
Religione e costumi
I tibetani apprezzeranno i turisti che rispettano alcuni dei loro costumi come, per esempio, il camminare in senso orario intorno ai templi Buddisti, ai monasteri e ai siti religiosi. Fumare e vestirsi non appropriatamente nei luoghi sacri (indossando pantaloncini o dimenticando di togliere i cappelli), è considerata una mancanza di rispetto. Le donazioni ai luoghi di culto (come molti tibetani fanno) vanno lasciate sull'altare o date direttamente ad un religioso. Questo assicura che la donazione rimanga nel tempio. Spesso, a Lhasa o in prossimità di centri religiosi, i turisti incontrano mendicanti. Solitamente sono pellegrini provenienti dal Tibet rurale. Dare loro una piccola donazione significa aiutarli a raggiungere la loro destinazione e assicurerà un merito al donatore. Se fai delle offerte, il loro ammontare non sia eccessivo: potresti dare l’impressione di avere qualche fine recondito. I tibetani chiederanno spesso ai turisti fotografie del Dalai Lama. Dal 1996, possedere queste fotografie è diventato un reato ed è importante ricordare che il distribuirle potrebbe attirare l'attenzione delle forze di sicurezza non solo sulla tua persona, ma soprattutto su chi le riceve.
Mal di montagna (altitudine)
Da qualunque parte entriate in Tibet, i primi giorni sarete probabilmente soggetti agli effetti dell'altitudine e vi suggeriamo di concedervi il tempo necessario ad acclimatarvi. I sintomi del mal di montagna sono emicrania, nausea e mancanza di appetito. Se persistono o peggiorano è importante agire velocemente, in quanto questi disturbi potrebbero essere fatali. Un’accentuata mancanza di respiro, un alone azzurrognolo intorno alla bocca, violente emicranie e nausee, confusione e ritenzione idrica sono sintomi di un grave malessere da altitudine. L'unico rimedio è scendere immediatamente a un'altitudine inferiore. Esistono alcuni piccoli centri di cure mediche fuori Lhasa e alcuni alberghi sono forniti di erogatori d’ossigeno. Prima di partire per il Tibet, è bene che vi informiate sul mal di montagna e come curarlo. Notizie utili sono in genere contenute in tutte le migliori guide turistiche.
Un'ultima raccomandazione
Ricordiamo ancora di fare estremamente attenzione al pericolo che può derivare dal parlare con un tibetano della situazione politica. Il turista rischia di essere interrogato per un paio di giorni e, al massimo, essere espulso. Ogni tibetano trovato a ricevere o distribuire materiale politico può subire invece una lunga pena detentiva e possibili torture. Non è il caso di diventare paranoici, ma siate responsabili ed estremamente attenti.
martedì 12 agosto 2008
One World, One Dream, Free Tibet
Freedom is Expression - FREE TIBET! from Students for a Free Tibet on Vimeo.
Oggi sette attivisti dell'associazione "Students for a free Tibet" sono stati arrestati dalla polizia cinese mentre manifestavano pacificamente in favore del Tibet. Un giornalista inglese che ha cercato di filmare la scena è stato malmenato e portato via a forza. Ogni giorno qualcuno cerca di sensibilizzare l'opinione pubblica cinese ed internazionale sulla questione tibetana ma viene sistematicamente fermato ed arrestato tra le ingiurie dei cinesi presenti. Ma il nervosismo delle forze dell'ordine è palpabile. Dobbiamo tenere alta l'attenzione soprattutto dopo le Olimpiadi, quando si spegneranno i riflettori del mondo e partirà la normalizzazione dei territori periferici (cioè la brutale repressione). Tashi delek
martedì 17 giugno 2008
lunedì 26 maggio 2008
I falò dei tibetani
Pubblico un brano di un bell'articolo di Carlo Buldrini che ho trovato sul sito www.ItaliaTibet.org
I FALO' DEI TIBETANI di Carlo Buldrini
10 Maggio 2008
Giovedì 20 marzo, alle dieci di sera, la Central Chinese Television (Cctv), la televisione di Stato cinese, ha mostrato un filmato sulla rivolta di Lhasa di una settimana prima. Ha detto l’annunciatrice: “Il video mostra le azioni criminali – attacchi fisici alle persone, vandalismi, saccheggi e incendi – istigate dalla cricca del Dalai (Lama) nella capitale della Regione autonoma del Tibet”. Il filmato è durato solo 15 minuti. Vi si vedevano tibetani - laici e qualche monaco - assaltare i negozi dei cinesi: saracinesche divelte, vetrine sfondate. Erano scene già viste in altre parti del mondo. Nel 2005, anche nella New Orleans affogata nelle acque dell’uragano Katrina, i negozi erano stati presi d’assalto e saccheggiati. Ancor prima, nel 1992, quando a Los Angeles i poliziotti che avevano pestato l’uomo di colore Rodney King erano stati assolti, la rabbia dei neri scatenò una guerriglia urbana che portò al saccheggio di tanti negozi. Non molti anni fa scene analoghe si sono viste ad Abidjan, nella Costa d’Avorio, e in tante altre parti del mondo. Ma, con il procedere del filmato della Central Chinese Television, si assisteva a qualcosa di nuovo. Le immagini non mostravano la solita folla eccitata fuggire carica di scatoloni di cose rubate. A Lhasa, la merce dei negozi saccheggiati era prima portata in strada. Poi, dopo averla meticolosamente ammonticchiata sul marciapiede di fronte al negozio, i tibetani la davano alle fiamme. Da 49 anni, dalla fuga del Dalai Lama in India, gli abitanti del Tibet sono senza una guida politica. Per loro, quel dar fuoco alla merce dei negozi cinesi era una precisa presa di posizione politica. Con tutta evidenza non si è trattato di un caso di non violenza gandhiana. Eppure, proprio quelle fiamme, hanno ricordato i falò che il Mahatma Gandhi organizzò in India negli anni Venti, quando vennero bruciati in strada i vestiti prodotti dalle industrie tessili inglesi del Lancashire. Sari, giacche, camicie fatte con tessuti pregiati vennero dati alle fiamme nelle strade di Bombay dagli indiani che chiedevano l’indipendenza.
Chi ha visitato più volte la capitale del Tibet negli ultimi 15 anni ha potuto osservare dappertutto i segni del progresso. Grandi strade perfettamente asfaltate, nuovi quartieri residenziali, edifici pubblici dalle forme avveniristiche, shopping mall pieni di radio, televisori, orologi al quarzo, ventilatori, telefoni cellulari e lavatrici. Il 14 marzo 2008, dando fuoco a quella merce, i tibetani hanno detto che quel tipo di sviluppo a loro non interessa. Perché si tratta di un “progresso” che non permette la libertà spirituale e minaccia di far scomparire per sempre la loro cultura e il loro tradizionale modo di vivere. C’era dunque un’analogia tra i falò di Lhasa e i “bonfires” di Gandhi degli anni Venti. Chi invece si è ispirato esplicitamente all’azione del Mahatma Gandhi sono stati i giovani tibetani della diaspora, con i militanti del Tibetan Youth Congress in testa. Il 10 marzo è partita da Dharamsala, in India, la Marcia del ritorno in Tibet. “A ispirarci è stata la Marcia del sale di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” hanno detto i leader delle cinque ong che hanno dato vita all’iniziativa. La marcia non ha avuto vita facile. Il 13 marzo è stata fermata dalla polizia indiana che ha arrestato tutti i cento marciatori tibetani. Il 15 marzo la marcia è ripartita. I nuovi marciatori erano una cinquantina e tra loro si contavano molti monaci e molte monache. Nuovo stop il 23 marzo. A fermare i marciatori questa volta è stato un “Comitato d’emergenza” costituito dal governo tibetano in esilio per far fronte alla gravissima situazione creatasi in Tibet. Il 18 aprile è iniziata la “terza fase” della marcia. I marciatori sono adesso più di 250. Alla testa del nutrito drappello c’è un’immagine a colori del Mahatma Gandhi. E così come il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale sulla riva del Mare Arabico, lanciò la sfida all’impero britannico, altrettanto vogliono fare i giovani militanti nei confronti della Cina quando cercheranno di entrare nel Paese delle nevi. Molti di questi giovani non hanno mai messo piede nel loro paese. Quando arriveranno al confine tra l’India e il Tibet, molto probabilmente troveranno ad accoglierli i fucili spianati dell’Esercito popolare di liberazione cinese. I tibetani risponderanno con la non violenza.
Il 24 aprile Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress, ha tenuto a Dharamsala una conferenza stampa. Ha smentito una presunta intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata in data 27 marzo. “La non violenza? Non paga. Potremmo usare i kamikaze” aveva titolato il giornale italiano. Nel corso della conferenza stampa Rigzin ha detto di non avere mai pronunciato quelle parole. “Nei suoi 38 anni di vita, il Tibetan Youth Congress si è sempre battuto per l’indipendenza del Tibet. Le nostre armi sono sempre state la verità storica e la lotta non violenta. Mai abbiamo mai fatto ricorso ad azioni terroristiche o ad attacchi suicidi per raggiungere il nostro obiettivo e cioè l’indipendenza del Tibet” ha detto Tsewang Rigzin. E’ infatti solo con la non violenza gandhiana che il Tibet può sperare di essere un giorno liberato. E’ impensabile che i tibetani possano combattere contro l’esercito più numeroso del mondo: sei milioni di tibetani contro un miliardo e 300 milioni di cinesi han, accecati da quell’ideologia nazionalista che la propaganda del regime comunista propina loro a piene mani. Il ricorso alla violenza sarebbe per i tibetani un suicidio. Anche per loro vale quanto Gandhi disse nel villaggio di Dandi al termine della Marcia del sale. Rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, il Mahatma chiese il sostegno del mondo intero per quella che definì “the battle of Right against Might”, la lotta della giustizia contro la forza. La stessa cosa vale anche per i tibetani. La loro vittoria non potrà mai essere militare. O sarà “morale” o non sarà (.....)
Quando, nel dicembre 2007, il Dalai Lama è venuto per dodici giorni in visita in Italia, il presidente del Consiglio Romano Prodi si è rifiutato di riceverlo adducendo niente meno che la “ragion di Stato”. Altrettanto fecero Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. C’è da augurarsi che, nell’affrontare la tragedia tibetana, il nuovo governo italiano assuma un atteggiamento diverso. Un primo piccolo passo in avanti non sarebbe difficile da compiere. Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, il nuovo governo potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. “Negoziato” non “dialogo”. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.
I FALO' DEI TIBETANI di Carlo Buldrini
10 Maggio 2008
Giovedì 20 marzo, alle dieci di sera, la Central Chinese Television (Cctv), la televisione di Stato cinese, ha mostrato un filmato sulla rivolta di Lhasa di una settimana prima. Ha detto l’annunciatrice: “Il video mostra le azioni criminali – attacchi fisici alle persone, vandalismi, saccheggi e incendi – istigate dalla cricca del Dalai (Lama) nella capitale della Regione autonoma del Tibet”. Il filmato è durato solo 15 minuti. Vi si vedevano tibetani - laici e qualche monaco - assaltare i negozi dei cinesi: saracinesche divelte, vetrine sfondate. Erano scene già viste in altre parti del mondo. Nel 2005, anche nella New Orleans affogata nelle acque dell’uragano Katrina, i negozi erano stati presi d’assalto e saccheggiati. Ancor prima, nel 1992, quando a Los Angeles i poliziotti che avevano pestato l’uomo di colore Rodney King erano stati assolti, la rabbia dei neri scatenò una guerriglia urbana che portò al saccheggio di tanti negozi. Non molti anni fa scene analoghe si sono viste ad Abidjan, nella Costa d’Avorio, e in tante altre parti del mondo. Ma, con il procedere del filmato della Central Chinese Television, si assisteva a qualcosa di nuovo. Le immagini non mostravano la solita folla eccitata fuggire carica di scatoloni di cose rubate. A Lhasa, la merce dei negozi saccheggiati era prima portata in strada. Poi, dopo averla meticolosamente ammonticchiata sul marciapiede di fronte al negozio, i tibetani la davano alle fiamme. Da 49 anni, dalla fuga del Dalai Lama in India, gli abitanti del Tibet sono senza una guida politica. Per loro, quel dar fuoco alla merce dei negozi cinesi era una precisa presa di posizione politica. Con tutta evidenza non si è trattato di un caso di non violenza gandhiana. Eppure, proprio quelle fiamme, hanno ricordato i falò che il Mahatma Gandhi organizzò in India negli anni Venti, quando vennero bruciati in strada i vestiti prodotti dalle industrie tessili inglesi del Lancashire. Sari, giacche, camicie fatte con tessuti pregiati vennero dati alle fiamme nelle strade di Bombay dagli indiani che chiedevano l’indipendenza.
Chi ha visitato più volte la capitale del Tibet negli ultimi 15 anni ha potuto osservare dappertutto i segni del progresso. Grandi strade perfettamente asfaltate, nuovi quartieri residenziali, edifici pubblici dalle forme avveniristiche, shopping mall pieni di radio, televisori, orologi al quarzo, ventilatori, telefoni cellulari e lavatrici. Il 14 marzo 2008, dando fuoco a quella merce, i tibetani hanno detto che quel tipo di sviluppo a loro non interessa. Perché si tratta di un “progresso” che non permette la libertà spirituale e minaccia di far scomparire per sempre la loro cultura e il loro tradizionale modo di vivere. C’era dunque un’analogia tra i falò di Lhasa e i “bonfires” di Gandhi degli anni Venti. Chi invece si è ispirato esplicitamente all’azione del Mahatma Gandhi sono stati i giovani tibetani della diaspora, con i militanti del Tibetan Youth Congress in testa. Il 10 marzo è partita da Dharamsala, in India, la Marcia del ritorno in Tibet. “A ispirarci è stata la Marcia del sale di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” hanno detto i leader delle cinque ong che hanno dato vita all’iniziativa. La marcia non ha avuto vita facile. Il 13 marzo è stata fermata dalla polizia indiana che ha arrestato tutti i cento marciatori tibetani. Il 15 marzo la marcia è ripartita. I nuovi marciatori erano una cinquantina e tra loro si contavano molti monaci e molte monache. Nuovo stop il 23 marzo. A fermare i marciatori questa volta è stato un “Comitato d’emergenza” costituito dal governo tibetano in esilio per far fronte alla gravissima situazione creatasi in Tibet. Il 18 aprile è iniziata la “terza fase” della marcia. I marciatori sono adesso più di 250. Alla testa del nutrito drappello c’è un’immagine a colori del Mahatma Gandhi. E così come il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale sulla riva del Mare Arabico, lanciò la sfida all’impero britannico, altrettanto vogliono fare i giovani militanti nei confronti della Cina quando cercheranno di entrare nel Paese delle nevi. Molti di questi giovani non hanno mai messo piede nel loro paese. Quando arriveranno al confine tra l’India e il Tibet, molto probabilmente troveranno ad accoglierli i fucili spianati dell’Esercito popolare di liberazione cinese. I tibetani risponderanno con la non violenza.
Il 24 aprile Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress, ha tenuto a Dharamsala una conferenza stampa. Ha smentito una presunta intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata in data 27 marzo. “La non violenza? Non paga. Potremmo usare i kamikaze” aveva titolato il giornale italiano. Nel corso della conferenza stampa Rigzin ha detto di non avere mai pronunciato quelle parole. “Nei suoi 38 anni di vita, il Tibetan Youth Congress si è sempre battuto per l’indipendenza del Tibet. Le nostre armi sono sempre state la verità storica e la lotta non violenta. Mai abbiamo mai fatto ricorso ad azioni terroristiche o ad attacchi suicidi per raggiungere il nostro obiettivo e cioè l’indipendenza del Tibet” ha detto Tsewang Rigzin. E’ infatti solo con la non violenza gandhiana che il Tibet può sperare di essere un giorno liberato. E’ impensabile che i tibetani possano combattere contro l’esercito più numeroso del mondo: sei milioni di tibetani contro un miliardo e 300 milioni di cinesi han, accecati da quell’ideologia nazionalista che la propaganda del regime comunista propina loro a piene mani. Il ricorso alla violenza sarebbe per i tibetani un suicidio. Anche per loro vale quanto Gandhi disse nel villaggio di Dandi al termine della Marcia del sale. Rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, il Mahatma chiese il sostegno del mondo intero per quella che definì “the battle of Right against Might”, la lotta della giustizia contro la forza. La stessa cosa vale anche per i tibetani. La loro vittoria non potrà mai essere militare. O sarà “morale” o non sarà (.....)
Quando, nel dicembre 2007, il Dalai Lama è venuto per dodici giorni in visita in Italia, il presidente del Consiglio Romano Prodi si è rifiutato di riceverlo adducendo niente meno che la “ragion di Stato”. Altrettanto fecero Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. C’è da augurarsi che, nell’affrontare la tragedia tibetana, il nuovo governo italiano assuma un atteggiamento diverso. Un primo piccolo passo in avanti non sarebbe difficile da compiere. Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, il nuovo governo potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. “Negoziato” non “dialogo”. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.
sabato 3 maggio 2008
Viaggio in Tibet
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