mercoledì 31 dicembre 2008

Aiutiamo Pomaia

Nonostante il rogo che ha distrutto la nostra sala di meditazione, ieri sera è iniziato il corso previsto dal 27 al 2 gennaio. La sala chiamata 'palestra', abilmente preparata dagli organizzatori, ha potuto accogliere circa 120 persone, riunite ad ascoltare il lama Dagri Rinpoce.
Dagri Rinpoce ha aperto la sessione parlando del disastro che ha colpito l'Istituto, dicendo di considerarlo il segno positivo di una grande purificazione e di incremento a uno sviluppo ancora più grande dell'Istituto. Nonostante siano andate distrutte le statue dei buddha, ha detto, queste possono essere sostituite con altre. Dato che sua santità il Dalai Lama è ancora vivente, la ricostruzione del gompa e le nuove statue possono essere un'occasione per invitarlo a benedire la nuova struttura.
Dagri Rinpoce , inoltre, ha sottolineato che il giorno dell'incendio corrispondeva al 29 giorno del calendario tibetano, in cui si lanciano le torme contro le interferenze, per cui l'evento va considerato come un'eliminazione delle interferenze alla vita di Sua Santità e al veloce ritorno di Ghesce Ciampa Ghiatso. Dobbiamo quindi non avvilirci e gioire per le interferenze eliminate. Trovandoci in un Paese dove esiste la libertà di culto, possiamo sperare nell'aiuto del Governo e delle altre associazioni religiose, costituendo quindi un elemento di unione delle forze positive. Queste le parole di Dagri Rinpoce. (dal sito Bodhidharma)

Il sito del Monastero di Pomaia è questo.
Potete fare un bonifico utilizzando questo conto corrente bancario:
Istituto Lama Tzong Khapa
Cassa di risparmio di Lucca Pisa Livorno
Filiale di Rosignano Marittimo
tel 0586/799230 - fax 0586/760995
c/c ILTK n.48
Coord. IBAN: IT21-A-06200-25100-000000000048
causale: “gompa”

venerdì 26 dicembre 2008

Incendio a Pomaia

Queste giornate di festa (?) sono rattristate della brutte notizia che arrivano da Pomaia. Una grande incendio ha distrutto parte del grande monastero buddista.
Un grosso incendio devasta buona parte del monastero buddista di Pomaia, in provincia di Pisa, uno tra i più importanti d'Europa. L' incendio, probabilmente innescato da un corto circuito, ha distrutto la sala grande di meditazione e moltissimi incunaboli, testi antichi e statue. Non ci sono feriti. I vigili del fuoco hanno circoscritto l' incendio e provveduto a isolare la zona. L'ala est del monastero è stata chiusa perchérisulta inagibile.
Purtroppo il danno è di considerevole entà: si parla di una cifra di oltre un milione di euro. Infatti le fiamme hanno sfondato anche il tetto del monastero oltre ad aver distrutto preziosissimi testi tibetani molto antichi. I monaci hanno spiegato che molte delle cose distrutte, tra cui un migliaio di testi, non hanno prezzo come, appunto, i libri con i discorsi di Buddah, alcuni unici, una quarantina di tanke, cioè i dipinti della storie
del Buddah tra cui una risalente al 1800, oltre all'altare e numerose statue. (Repubblica)

Non sono mai stato a Pomaia ma ricevo le newsletter e recentemente ho conosciuto una giovane monaca. Tutte le persone che sono state lì mi hanno parlato di un luogo pieno di energia e di pace. Sono molto addolorato per quelo che è successo. Alcune cose si potranno ricostruire, altre sono andate perse per sempre.

mercoledì 24 dicembre 2008

Natale come momento di riflessione

Dedicato a chi volesse passare davvero un Natale meditando, stando ai margini del nostro caos consumistico. Per ringraziare chiunque noi vogliamo, per ascoltare noi stessi, il nostro respiro, la nostra anima. Per ascoltare il Mondo. Buon Natale a tutti!

giovedì 20 novembre 2008

Raccontare il Tibet

Il raccontare il viaggio con le foto ed i racconti (pubblicati su ci sono stato.it e su Turisti per caso.it) non è per esibizionismo, non è nel mio stile. Quella che abbiamo vissuto è stata un'esperienza profonda. Condividere tutto questo è un modo per rivivere certe sensazioni, riempirsi gli occhi e le narici, sentire. E' un modo per ricordarsi quello che ci siamo detti, per ascoltare se stessi. Il Tibet è il nostro specchio. Noi siamo quello che vogliamo essere.

martedì 2 settembre 2008

Viaggiare in Tibet

L'associazione Italia-Tibet pubblica sul suo sito utili informazioni e notizia per chi volesse intraprendere un viaggio in Tibet. Alcuni di questi consigli ci sono stati molto utili l'anno scorso soprattuto nell'organizzazione del viaggio. Diffidate delle agenzie tuttologhe, quelle che vi propongono una settimana in Tibet ed una alle Maldive "per riprendersi dal viaggio". Casomai dovrebbe essere il contrario!!! E' importante essere consapevoli ed affidarsi a chi queste regioni le conosce bene (puoi consultare l'elenco di link in basso a sinistra). Ecco alcuni dei suggerimenti ripresi dal sito www.italiatibet.org
Entrare in Tibet
Per entrare nella “Regione Autonoma Tibetana”, in aggiunta al normale visto d’ingresso in Cina è richiesto uno speciale permesso che, finora, non è concesso a chi intende compiere un viaggio individuale. Per accedere alle altre aree abitate da popolazioni di etnia e cultura tibetana, cioè alle regioni che costituivano il Tibet storico ma che oggi si trovano al di fuori della Regione Autonoma, è sufficiente invece possedere il normale visto d’ingresso in Cina. È importante ricordare che il territorio della Regione Autonoma è strettamente controllato e governato da severi regolamenti che possono cambiare senza preavviso. In occasioni particolari i permessi d’ingresso o l’estensione dei visti possono non essere concessi. Alcune aree possono essere improvvisamente chiuse al turismo anche a causa di attività politiche locali. E’ quindi importante che il viaggiatore, soprattutto se non in gruppo, si informi prima e durante il viaggio della situazione esistente nelle zone che intende visitare e dei regolamenti in esse applicati.
Il problema delle guide turistiche
Viaggiare con una guida locale è il modo migliore per vedere il paese anche se le guide turistiche tibetane sono guardate con sospetto dalle autorità e tenute sotto stretta sorveglianza. E’ loro proibito parlare con gli stranieri di argomenti politici o inerenti al nazionalismo. Sono tenute ad esprimersi secondo i dettami della propaganda di stato, pena la perdita del posto di lavoro. In presenza della vostra guida o del vostro autista evitate quindi di parlare di politica o di argomenti potenzialmente pericolosi, anche se i vostri accompagnatori non sono direttamente coinvolti nel discorso: alla fine di ogni viaggio sono sottoposti a interrogatori e, per la loro sicurezza, è meglio che non conoscano il contenuto di certe discussioni. Vi potrete comunque imbattere in guide tibetane desiderose di affrontare con voi questi argomenti e di rispondere in modo approfondito alle vostre domande. Siate sempre molto cauti perché queste conversazioni rappresentano un pericolo. Fate attenzione a dove vi trovate e alle persone che si trovano nelle vicinanze. La rete di sicurezza cinese è capillare, con telecamere, polizia in borghese e agenti che pattugliano i principali luoghi di attrazione turistica. A partire dal 2003 le autorità governative, adducendo come pretesto la migliore conoscenza delle lingue straniere, hanno iniziato a sostituire le guide tibetane e, ove possibile, anche gli autisti, con personale cinese. Nel giro di un anno, più di centocinquanta guide tibetane hanno perduto il posto di lavoro in quanto sospettate di coinvolgimento in attività politiche. Quando programmate le vostre escursioni, insistete per avere guida e autista tibetani. La costante richiesta di personale tibetano contribuirà a far desistere i cinesi dai licenziamenti. Le vostre richieste siano cortesi ma decise e, se possibile, rivolte ai massimi livelli gerarchici.
Alcuni suggerimenti pratici
Evita di:
- Viaggiare con un gruppo numeroso e organizzato
- Alloggiare in hotel di proprietà cinese
- Usare guide e operatori turistici cinesi
- Comprare antichità
- Comprare prodotti fatti con animali selvatici, specialmente lo “shatoosh”, la lana dell'antilope tibetana
- Frequentare ristoranti e fare acquisti in negozi cinesi
- Lasciare offerte in punti prestabiliti all’interno degli istituti religiosi: vi sono buone probabilità che il denaro finisca nelle tasche delle autorità cinesi
Cerca di:
- Viaggiare individualmente o in piccoli gruppi
- Lasciare le donazioni sugli altari o consegnale direttamente ai monaci o alle monache
- Fare donazioni ai pellegrini provenienti dalle province tibetane
- Cercare di utilizzare guide tibetane ben informate o staff di operatori turistici tibetani
- Presta attenzione all'ambiente quando fai trekking e non inoltrarti in aree remote
- Considera attentamente le implicazioni negative che potrebbero derivare dal parlare o regalare oggetti ai tibetani, incluse fotografie del Dalai Lama.
- Non chiedere informazioni circa la situazione dei diritti umani
- Prima di partire informati sulla situazione esistente all’interno del paese.
Viaggiare in Tibet
All’interno della Regione Autonoma Tibetana (TAR)
Entrare e viaggiare all’interno della Regione Autonoma Tibetana (l’area che i cinesi definiscono “Tibet”) è costoso e le restrizioni sono numerose. Muoversi al di fuori di una zona limitata attorno a Lhasa richiede permessi speciali (a volte fino a quattro diversi permessi!) e l’obbligo di muoversi in gruppi organizzati, a bordo di una jeep, con guida e autista. Per quanto riguarda l’alloggio, la maggior parte dei viaggiatori che si recano a Lhasa soggiornano nell'area del Barkhor. Gli hotel più popolari sono lo Yak, lo Snowlands, il Banak Shol e il Kirey Hotels, ognuno dei quali è parzialmente o totalmente di proprietà tibetana. È importante alloggiare in hotel tibetani. Incoraggiando le attività commerciali della popolazione autoctona si garantisce un beneficio economico ai tibetani e si mantiene almeno qualche controllo sull'industria del turismo. Cercate di non alloggiare in hotel costosi: in genere sono tutti cinesi.
Al di fuori della Regione Autonoma
La maggior parte dei territori tradizionali delle Regioni tibetane (Kham e Amdo) sono state incorporate nelle province del Quinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. Quasi tutte queste zone sono aperte al turismo straniero e per accedervi è sufficiente un normale visto per la Cina. Le aree considerate “sensibili” son temporaneamente o permanentemente chiuse agli stranieri sia all’esterno che all’interno della TAR. Nelle zone aperte al turismo, è possibile usufruire dei normali mezzi di trasporto pubblico o noleggiare un veicolo. Per quanto riguarda l’alloggio, vigono regolamenti diversi a seconda delle località: in alcuni luoghi gli stranieri possono alloggiare in un solo albergo, in altri è consentito abitare presso le famiglie tibetane. Tenete presente, tuttavia, che i visitatori ospitati in famiglia sono tenuti sotto sorveglianza.
Religione e costumi
I tibetani apprezzeranno i turisti che rispettano alcuni dei loro costumi come, per esempio, il camminare in senso orario intorno ai templi Buddisti, ai monasteri e ai siti religiosi. Fumare e vestirsi non appropriatamente nei luoghi sacri (indossando pantaloncini o dimenticando di togliere i cappelli), è considerata una mancanza di rispetto. Le donazioni ai luoghi di culto (come molti tibetani fanno) vanno lasciate sull'altare o date direttamente ad un religioso. Questo assicura che la donazione rimanga nel tempio. Spesso, a Lhasa o in prossimità di centri religiosi, i turisti incontrano mendicanti. Solitamente sono pellegrini provenienti dal Tibet rurale. Dare loro una piccola donazione significa aiutarli a raggiungere la loro destinazione e assicurerà un merito al donatore. Se fai delle offerte, il loro ammontare non sia eccessivo: potresti dare l’impressione di avere qualche fine recondito. I tibetani chiederanno spesso ai turisti fotografie del Dalai Lama. Dal 1996, possedere queste fotografie è diventato un reato ed è importante ricordare che il distribuirle potrebbe attirare l'attenzione delle forze di sicurezza non solo sulla tua persona, ma soprattutto su chi le riceve.
Mal di montagna (altitudine)
Da qualunque parte entriate in Tibet, i primi giorni sarete probabilmente soggetti agli effetti dell'altitudine e vi suggeriamo di concedervi il tempo necessario ad acclimatarvi. I sintomi del mal di montagna sono emicrania, nausea e mancanza di appetito. Se persistono o peggiorano è importante agire velocemente, in quanto questi disturbi potrebbero essere fatali. Un’accentuata mancanza di respiro, un alone azzurrognolo intorno alla bocca, violente emicranie e nausee, confusione e ritenzione idrica sono sintomi di un grave malessere da altitudine. L'unico rimedio è scendere immediatamente a un'altitudine inferiore. Esistono alcuni piccoli centri di cure mediche fuori Lhasa e alcuni alberghi sono forniti di erogatori d’ossigeno. Prima di partire per il Tibet, è bene che vi informiate sul mal di montagna e come curarlo. Notizie utili sono in genere contenute in tutte le migliori guide turistiche.
Un'ultima raccomandazione
Ricordiamo ancora di fare estremamente attenzione al pericolo che può derivare dal parlare con un tibetano della situazione politica. Il turista rischia di essere interrogato per un paio di giorni e, al massimo, essere espulso. Ogni tibetano trovato a ricevere o distribuire materiale politico può subire invece una lunga pena detentiva e possibili torture. Non è il caso di diventare paranoici, ma siate responsabili ed estremamente attenti.

martedì 12 agosto 2008

One World, One Dream, Free Tibet



Freedom is Expression - FREE TIBET! from Students for a Free Tibet on Vimeo.
Oggi sette attivisti dell'associazione "Students for a free Tibet" sono stati arrestati dalla polizia cinese mentre manifestavano pacificamente in favore del Tibet. Un giornalista inglese che ha cercato di filmare la scena è stato malmenato e portato via a forza. Ogni giorno qualcuno cerca di sensibilizzare l'opinione pubblica cinese ed internazionale sulla questione tibetana ma viene sistematicamente fermato ed arrestato tra le ingiurie dei cinesi presenti. Ma il nervosismo delle forze dell'ordine è palpabile. Dobbiamo tenere alta l'attenzione soprattutto dopo le Olimpiadi, quando si spegneranno i riflettori del mondo e partirà la normalizzazione dei territori periferici (cioè la brutale repressione). Tashi delek

martedì 17 giugno 2008









lunedì 26 maggio 2008

I falò dei tibetani

Pubblico un brano di un bell'articolo di Carlo Buldrini che ho trovato sul sito www.ItaliaTibet.org

I FALO' DEI TIBETANI di Carlo Buldrini
10 Maggio 2008
Giovedì 20 marzo, alle dieci di sera, la Central Chinese Television (Cctv), la televisione di Stato cinese, ha mostrato un filmato sulla rivolta di Lhasa di una settimana prima. Ha detto l’annunciatrice: “Il video mostra le azioni criminali – attacchi fisici alle persone, vandalismi, saccheggi e incendi – istigate dalla cricca del Dalai (Lama) nella capitale della Regione autonoma del Tibet”. Il filmato è durato solo 15 minuti. Vi si vedevano tibetani - laici e qualche monaco - assaltare i negozi dei cinesi: saracinesche divelte, vetrine sfondate. Erano scene già viste in altre parti del mondo. Nel 2005, anche nella New Orleans affogata nelle acque dell’uragano Katrina, i negozi erano stati presi d’assalto e saccheggiati. Ancor prima, nel 1992, quando a Los Angeles i poliziotti che avevano pestato l’uomo di colore Rodney King erano stati assolti, la rabbia dei neri scatenò una guerriglia urbana che portò al saccheggio di tanti negozi. Non molti anni fa scene analoghe si sono viste ad Abidjan, nella Costa d’Avorio, e in tante altre parti del mondo. Ma, con il procedere del filmato della Central Chinese Television, si assisteva a qualcosa di nuovo. Le immagini non mostravano la solita folla eccitata fuggire carica di scatoloni di cose rubate. A Lhasa, la merce dei negozi saccheggiati era prima portata in strada. Poi, dopo averla meticolosamente ammonticchiata sul marciapiede di fronte al negozio, i tibetani la davano alle fiamme. Da 49 anni, dalla fuga del Dalai Lama in India, gli abitanti del Tibet sono senza una guida politica. Per loro, quel dar fuoco alla merce dei negozi cinesi era una precisa presa di posizione politica. Con tutta evidenza non si è trattato di un caso di non violenza gandhiana. Eppure, proprio quelle fiamme, hanno ricordato i falò che il Mahatma Gandhi organizzò in India negli anni Venti, quando vennero bruciati in strada i vestiti prodotti dalle industrie tessili inglesi del Lancashire. Sari, giacche, camicie fatte con tessuti pregiati vennero dati alle fiamme nelle strade di Bombay dagli indiani che chiedevano l’indipendenza.
Chi ha visitato più volte la capitale del Tibet negli ultimi 15 anni ha potuto osservare dappertutto i segni del progresso. Grandi strade perfettamente asfaltate, nuovi quartieri residenziali, edifici pubblici dalle forme avveniristiche, shopping mall pieni di radio, televisori, orologi al quarzo, ventilatori, telefoni cellulari e lavatrici. Il 14 marzo 2008, dando fuoco a quella merce, i tibetani hanno detto che quel tipo di sviluppo a loro non interessa. Perché si tratta di un “progresso” che non permette la libertà spirituale e minaccia di far scomparire per sempre la loro cultura e il loro tradizionale modo di vivere. C’era dunque un’analogia tra i falò di Lhasa e i “bonfires” di Gandhi degli anni Venti. Chi invece si è ispirato esplicitamente all’azione del Mahatma Gandhi sono stati i giovani tibetani della diaspora, con i militanti del Tibetan Youth Congress in testa. Il 10 marzo è partita da Dharamsala, in India, la Marcia del ritorno in Tibet. “A ispirarci è stata la Marcia del sale di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” hanno detto i leader delle cinque ong che hanno dato vita all’iniziativa. La marcia non ha avuto vita facile. Il 13 marzo è stata fermata dalla polizia indiana che ha arrestato tutti i cento marciatori tibetani. Il 15 marzo la marcia è ripartita. I nuovi marciatori erano una cinquantina e tra loro si contavano molti monaci e molte monache. Nuovo stop il 23 marzo. A fermare i marciatori questa volta è stato un “Comitato d’emergenza” costituito dal governo tibetano in esilio per far fronte alla gravissima situazione creatasi in Tibet. Il 18 aprile è iniziata la “terza fase” della marcia. I marciatori sono adesso più di 250. Alla testa del nutrito drappello c’è un’immagine a colori del Mahatma Gandhi. E così come il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale sulla riva del Mare Arabico, lanciò la sfida all’impero britannico, altrettanto vogliono fare i giovani militanti nei confronti della Cina quando cercheranno di entrare nel Paese delle nevi. Molti di questi giovani non hanno mai messo piede nel loro paese. Quando arriveranno al confine tra l’India e il Tibet, molto probabilmente troveranno ad accoglierli i fucili spianati dell’Esercito popolare di liberazione cinese. I tibetani risponderanno con la non violenza.
Il 24 aprile Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress, ha tenuto a Dharamsala una conferenza stampa. Ha smentito una presunta intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata in data 27 marzo. “La non violenza? Non paga. Potremmo usare i kamikaze” aveva titolato il giornale italiano. Nel corso della conferenza stampa Rigzin ha detto di non avere mai pronunciato quelle parole. “Nei suoi 38 anni di vita, il Tibetan Youth Congress si è sempre battuto per l’indipendenza del Tibet. Le nostre armi sono sempre state la verità storica e la lotta non violenta. Mai abbiamo mai fatto ricorso ad azioni terroristiche o ad attacchi suicidi per raggiungere il nostro obiettivo e cioè l’indipendenza del Tibet” ha detto Tsewang Rigzin. E’ infatti solo con la non violenza gandhiana che il Tibet può sperare di essere un giorno liberato. E’ impensabile che i tibetani possano combattere contro l’esercito più numeroso del mondo: sei milioni di tibetani contro un miliardo e 300 milioni di cinesi han, accecati da quell’ideologia nazionalista che la propaganda del regime comunista propina loro a piene mani. Il ricorso alla violenza sarebbe per i tibetani un suicidio. Anche per loro vale quanto Gandhi disse nel villaggio di Dandi al termine della Marcia del sale. Rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, il Mahatma chiese il sostegno del mondo intero per quella che definì “the battle of Right against Might”, la lotta della giustizia contro la forza. La stessa cosa vale anche per i tibetani. La loro vittoria non potrà mai essere militare. O sarà “morale” o non sarà (.....)

Quando, nel dicembre 2007, il Dalai Lama è venuto per dodici giorni in visita in Italia, il presidente del Consiglio Romano Prodi si è rifiutato di riceverlo adducendo niente meno che la “ragion di Stato”. Altrettanto fecero Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. C’è da augurarsi che, nell’affrontare la tragedia tibetana, il nuovo governo italiano assuma un atteggiamento diverso. Un primo piccolo passo in avanti non sarebbe difficile da compiere. Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, il nuovo governo potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. “Negoziato” non “dialogo”. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.

sabato 3 maggio 2008

Viaggio in Tibet

Quando ho aperto questo blog pensavo di descrivere il Tibet che abbiamo visto e fotografato l'estate scorsa. Una esperienza bellissima ed indimenticabile. Certo, abbiamo visto e capito tante cose riguardo alle condizioni di vita, ai diritti umani, alla presenza (invasione) cinese, alle distruzioni ed alla miseria che pervade il Tibet. Avevamo anche pensato che il 2008 sarebbe stato un anno difficile per il Tibet. All'inizio di agosto, due settimane prima della nostra partenza, la Cina aveva chiuso per qualche giorno la frontiera tra Nepal e Tibet, l'unico varco verso sud percorribile via terra. Fino a pochi giorni prima della partenza non sapevamo se l'ambasciata cinese di Kathmandu ci avrebbero concesso il visto. Era successo, semplicemente, che degli "attivisti" avevano srotolato uno striscione Free- Tibet sulla muraglia cinese. E c'eravamo detti "ti immagini il prossimo anno con le olimpiadi". In qualche modo avevamo intuito cosa poteva succedere. Ma vedere i disordini, la gente inferocita, le notizie sui morti, gli arresti, i pestaggi ai monaci....... beh è un'altra cosa. E' una cosa che fa male. Il Tibet per noi è così vicino, i ricordi così vivi, i volti delle persone, il sorriso della nostra guida. Ora ci chiediamo se alle persone che abbiamo conosciuto è successo qualcosa, se sono ancora in vita. Ci chiediamo quale futuro si possono immaginare per e per i propri figli. Un popolo, una persona, senza futuro è un entità morta. E' un fiume senza acqua.... è un monastero senza monaci.

sabato 19 aprile 2008

Dal sito di Marco Vasta

Time for Peace in Tibet

Ricevo e pubblico

Dear Fabio,
Nearly everyday a new story of brutality in Tibet surfaces as the Tibetan people of Tibet stand up for their rights. Chinese soldiers and police continue to arrest, interrogate and torture Tibetans, including Buddhist monks and nuns.
We know just last week eight Tibetans were killed in eastern Tibet after police fired into a crowd of several hundreds monks and laypeople protesting the “patriotic education” by the Chinese government as they visit Buddhist monasteries and demand monks to denounce the Dalai Lama. As the reports of arrests, torture, and the deaths of Tibetans grow, we are working tirelessly to put pressure on China to show restraint in their reaction to the protests. And, we need your help! Will you please help us and send a letter to President Bush urging him to put pressure on China? Take Action NOW!
We are asking President Bush to take a stand for the Tibetan people and not attend the opening ceremony of the 2008 Olympics.
For more than 50 years the Tibetans have suffered at the hands of the Chinese government. Today a climate of fear pervades Tibet. As the Tibetans stand up to China, the Chinese authorities have stepped of their campaign demanding the Tibetans denounce the Dalai Lama leading to increased resentment creating a viscous cycle.
It’s time the violence and intimidations tactics stop. The Chinese government must resolve this conflict peacefully and begins a dialogue with the Dalai Lama. Take Action!
Your voice is essential. We must keep the pressure on world leaders and ensure we know the truth inside Tibet. Tourists have been asked to leave. Journalists have been forced out of Tibet leaving China without witnesses to their strong-armed and deadly tactics.
Call for Peace in Tibet. Send your letter to President Bush!
Thank you for your support,

John Ackerly
President International Campaign for Tibet
1825 Jefferson Place, NW, Washington, DC 20036
http://www.savetibet.org/ http://www.dalailamadc.org/ http://www.racefortibet.org/

lunedì 14 aprile 2008

sabato 5 aprile 2008

Appello per il TIBET

Pubblico la mail che ho ricevuto dall'Associazione Italia-Tibet con l'appello da inviare al CONI in vista della riunione fissata per la prossima settimana.

Caro amico, cara amica, tra pochi giorni (dal 7 al 9 aprile) l'Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale si riunirà a Pechino. Saranno presenti i rappresentanti dei Comitati Olimpici di tutte le nazioni presenti ai Giochi del prossimo agosto. Aderendo alla campagna internazionale lanciata in questi giorni da ITSN (coordinamento mondiale di tutti i Tibet Support Group http://actionmetwork.org/campaign/torch_out_of_tibet ), ti invitiamo a copiare e spedire via fax alla dirigenza del CONI l'appello sotto riportato nel quale chiediamo al comitato olimpico ialiano (Coni) di battersi affinché il Tibet sia escluso dal percorso della staffetta olimpica. Ti ringraziamo per la collaborazione,
Associazione Italia-Tibet
Invia al FAX: 06.36857697 (insisti perché saremo in tanti)

<==== Testo da inviare ====>

Al Presidente del CONI
Giovanni Petrucci

Ai membri del CIO
Franco Carraro
Mario Pescante
Ottavio Cinquanta
Manuela di Centa
Francesco Ricci Bitti

Egregio Presidente, egregi Membri del CIO,

sono fortemente preoccupato e sgomento di fronte alla decisione del Comitato Olimpico Internazionale e degli organizzatori dei Giochi di Pechino 2008 di persistere nella scelta di far transitare la fiaccola olimpica attraverso il Tibet malgrado le recenti manifestazioni di protesta e le conseguenti repressioni militari tuttora in corso nell’intero territorio tibetano.

Le ultime notizie riferiscono che, dal 10 marzo 2008, le autorità cinesi hanno arrestato centinaia di tibetani. I morti accertati sono 140. È impensabile che la fiaccola olimpica possa trionfalmente passare attraverso il Tibet in un momento in cui l’intera regione è chiusa e presidiata dall’esercito e la popolazione subisce la più brutale repressione. Inoltre, il passaggio della fiaccola attraverso il Tibet, in questo clima di forte tensione, sarebbe una provocazione destinata a suscitare una nuova ondata di proteste alle quali le autorità cinesi risponderebbero con la forza, innescando una nuova ondata di arresti, torture e perdite di vite umane.

Dal 10 marzo, più di un milione e mezzo di persone si sono mobilitate a sostegno del Tibet. I cittadini di tutto il mondo si aspettano che i Comitati Olimpici delle nazioni che parteciperanno ai Giochi si adoperino affinché, in occasione delle prossime Olimpiadi, i valori sanciti dalla Carta Olimpica non siano irreparabilmente offuscati. In vista dei lavori dell’Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale, che si riunirà a Pechino dal 7 al 9 aprile 2008, invito quindi la dirigenza del CONI e i suoi Membri presso il Comitato Olimpico Internazionale a battersi affinché tutte le aree tibetane, inclusa la Regione Autonoma Tibetana e le aree di etnia tibetana del Quinghai, del Sichuan, dello Yunnan e del Gansu siano escluse dal percorso della staffetta olimpica di Pechino 2008.

Confidando nell’accoglimento della nostra richiesta, formulo i migliori auguri di buon lavoro,

Firma
data

By Associazione Italia Tibet http://www.italiatibet.org/

giovedì 3 aprile 2008

Free Tibet

Dal sito di Beppe Grillo parte un appello per il Tibet. Già inviate 68000 mail!!
Tibet libero
Se gli Stati Uniti avessero invaso il Messico. Se la Francia avesse occupato l'Algeria. Se l'Australia avesse dichiarato guerra alla Papua Nuova Guinea. Se il Giappone avesse annesso la Manciuria. Se l'Italia tornasse di nuovo in Libia con le cannoniere.Se tutto questo fosse successo nell'anno delle Olimpiadi negli Stati Uniti, in Francia, in Australia, in Giappone, in Italia. Le Olimpiadi si sarebbero tenute lo stesso in questi Paesi? In nome di cosa? Del WTO? Della globalizzazione? Del consumismo?
Il Governo italiano ha calato i pantaloni alla marinara di D'Alema (nessuno pensava che avrebbe fatto diversamente).
L'umanità ha un debito enorme nei confronti del Tibet, della sua cultura, dei suoi abitanti. Lo ha lasciato solo per quasi sessant'anni in nome della realpolitik. Un comportamento semplice da capire. Se sei grosso puoi invadere, distruggere, sterminare. Se sei piccolo e hai il petrolio, allora sono c...i tuoi. Cecenia docet. Iraq ridocet.
Il blog lancia oggi una petizione al segretario dell'Onu per un Tibet libero.
Inviate il messaggio:
"Free Tibet. Stop to the China Olympic Games"
al segretario delle Nazioni Unite e diffondete l'iniziativa.
La ruota del samsara vi premierà.
Free Tibet

sabato 29 marzo 2008

"Rieducare i dissidenti". Possiamo ancora accettare simili parole nel 2008?

Riporto un pezzo tratto dal blog di Federico Rampini su Repubblica.it.
Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un’odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. E’ il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture. Generazioni di monaci sono passate attraverso queste sofferenze, molti ne sono morti, senza che la Repubblica popolare riuscisse a piegare la resistenza del popolo tibetano. Ma Pechino insiste con i metodi di sempre. Lo ha rivelato il professor Dramdul del Centro di ricerca tibetologica, un pensatoio di regime che si occupa “scientificamente” della questione tibetana per conto del partito comunista. “Rilanciare l’educazione patriottica è necessario – ha detto l’esponente del regime – perché la cricca del Dalai Lama ha manovrato per sabotare lo sviluppo del Tibet e il buddismo tibetano. L’educazione dei monaci serve a contrastare l’influenza di piccoli gruppi secessionisti che tramano dall’estero”. La nuova ondata di deportazioni dei monaci nei laogai viene annunciata insieme con un aggiornamento del bollettino di guerra nelle operazioni contro i ribelli tibetani. Secondo le cifre ufficiali fornite dal governo cinese salgono a 660 i rivoltosi che si sarebbero “arresi alle autorità”, e che saranno giudicati per le violenze avvenute durante la più grande rivolta tibetana degli ultimi vent’anni. Il bilancio delle vittime è stato aggiornato a 19 morti da parte cinese, mentre il governo tibetano in esilio parla di 140 uccisi dalle forze dell’ordine. La polizia a Lhasa ha anche diffuso una nuova lista di 53 “super-ricercati” sui quali è stata posta una taglia. E’ arrivato a Lhasa un gruppo di 26 giornalisti stranieri selezionati dal governo di Pechino, scortati e sorvegliati da funzionari del ministero degli Esteri. E’ la prima volta che dei reporter stranieri vengono ammessi in Tibet dopo l’esplosione dei disordini del 14 marzo. Un cronista dell’Associated Press ha descritto le condizioni particolari in cui si è svolto il loro arrivo e la visita collettiva. “L’autobus dall’aeroporto a Lhasa andava volutamente lentissimo nonostante le nostre proteste. Abbiamo passato tre posti di blocco. Un ufficiale ha spiegato che stavano fermando gli automobilisti solo per controllare eccessi di velocità, infrazioni al codice della strada o il mancato uso della cintura di sicurezza. Davanti agli edifici pubblici abbiamo visto polizia militare in tuta mimetica e con armi automatiche puntate, in stato di massima allerta. Ci hanno portati in visita a una clinica bruciata durante le proteste. La sera i nostri accompagnatori ci hanno sconsigliato di uscire dall’albergo e ci hanno chiesto di informarli su ogni nostro movimento”. Il ministero degli Esteri ha rifiutato di rispondere alle nostre domande sui criteri con cui sono stati selezionati i giornalisti stranieri per la visita “guidata” a Lhasa. Il Foreign Correspondents’ Club of China, l’associazione della stampa estera, ha denunciato questa “visita breve e sotto massima sorveglianza” come un tradimento degli impegni formali presi da Pechino quando si candidò a ospitare le Olimpiadi. L’associazione ha elencato “più di 40 violazioni degli impegni sulla libertà di circolazione”, ha denunciato “varie forme di intimidazione dei giornalisti”, ha chiesto al governo cinese di “permettere a tutti gli altri giornalisti stranieri di viaggiare in Tibet senza interferenze”. I diplomatici non sono trattati meglio di noi. L’Australia, il cui governo laburista ha ottime relazioni con la Repubblica popolare, ha presentato una richiesta formale perché un gruppo di diplomatici stranieri possano andare in Tibet come osservatori indipendenti. La richiesta è stata respinta da Pechino con la giustificazione che il governo cinese non vuole mettere a repentaglio “la sicurezza degli stranieri”.

lunedì 17 marzo 2008

domenica 16 marzo 2008

Free Tibet









Aggiungo due cose.

1) Sono schifato ancora una volta da questo papa che preferisce fare affari (di anime) con la cina e non nominare nemmeno il genocidio tibetano.

2) ho aderito alla petizione di Reporters sans Frontieres. Fallo anche tu a questo link








sabato 15 marzo 2008

FERMIAMO LA CINA

Era da qualche giorno che provavo una certa inquietudine nel vedere le notizie che giungevano dal Tibet. Oggi mi si è stretto il cuore. La repressione cinese è scoppiata violentissima e già si parla di morti ed arresti. I luoghi visitati la scorsa estate, il sacro Jokhang, sono immortalati tra le fiamme delle macchine rovesciate. Le voci parlano di 2 morti, dei monasteri di Sera, Drepung e Ganden assediati. I monaci, quei monaci, picchiati. Il popolo tibetano, ed i buddisti in generale, sono considerati da tutti il simbolo del pacifismo. Il Dalai Lama (oceano di saggezza in tibetano) è stato insignito del Nobel per la Pace. Le immagini che ho davanti agli occhi sono di persone serene, tranquille, sempre pronte a sorridere, curiose della nostra presenza. Persone indifese, semplici, povere. Intorno a loro tanti militari e poliziotti cinesi. Avevamo notato la presenza di grandi caserme intorno ai principali monasteri ed avevamo intuito a cosa servivano. "A difendere i monaci" ci aveva detto la nostra guida tibetana. Ed aveva sorriso come sempre. Forse per l'imbarazzo di dover raccontare simili bugie. In Asia fanno così. Ho l'immagine dell'improvviso trambusto una sera lungo il Barkhor provocato da un gruppetto di tibetani che avevano creato un piccolo assembramento. La polizia si era subito mobilitata correndo e sgommando con le auto. Davanti al Jokhang. Per i tibetani è vietato riunirsi. E' vietato parlare del Dalai Lama ed avere sue immagini. E' vietato parlare del vero Panchen Lama, il più giovane prigioniero politico del mondo. Non possono ricevere stranieri in casa. Quando uscivamo da Lhasa la polizia ai check-point ci dava dei foglietti con il tempo di percorrenza sino al controllo successivo. "Per controllare la velocità" ci ha detto la guida con il solito sorriso. Questo era il Tibet "pacificato" dell'agosto scorso, saldamente sotto il controllo cinese! Ed ora come sarà? Tra le persone picchiate ed uccise ci sono anche queste? Dove sarà finito il sorriso di quei monaci, la dolcezza e la mitezza dei loro sguardi? Perchè dobbiamo assistere al genocidio di un popolo, di una cultura antichissima e piena di saggezza e fascino senza fare niente se non commuoverci e piangere lacrime di coccodrillo? Sabbiamo benissimo cosa sta succedendo e di chi è la colpa. E allora diamoci da fare. FERMIAMO LA CINA! Affermiamo il diritto del popolo tibetano a vivere nella propria terra secondo le proprie tradizioni e seguendo le convinzioni religiose, etiche e culturali che le sono proprie. Il diritto di scegliersi le proprie guide spirituali, di far tornare in patria il Dalai Lama. La libertà di espressione. Cose elementari in una democrazia ma non in Cina. BASTA. Diciamo basta alla Cina ed alle continue violazioni dei diritti umani. Fermiamo la violenza. Fermiamo la Cina.

link interessanti:
BBC news: speciale Tibet
Repubblica: intervista al Dalai Lama
Associazione Italia-Tibet

lunedì 25 febbraio 2008

Lunedì 10 marzo 2008, in occasione del 49° anniversario dell’insurrezione di Lhasa, si terrà a Roma, con partenza da Piazza Navona, alle ore 17.30 un corteo – fiaccolata. Con questa manifestazione i promotori chiedono:
La liberazione di tutti i reclusi nelle carceri e nei laogai cinesi e la liberazione del Panchen Lama, sequestrato dai cinesi nel 1995
Il rispetto dei Diritti Umani e dell’identità storica e culturale del popolo tibetano
I promotori sostengono inoltre il negoziato senza precondizioni tra il governo tibetano in esilio e Pechino e sostengono la Marcia Dharamsala –Lhasa organizzata dalle ONG tibetane per l’autodeterminazione .
(Fonte: www.italiatibet.org)

venerdì 25 gennaio 2008

Giovani monaci durante il dibattito filosofico (Monastero di Sera, Tibet, 2007)